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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Midterm Usa, Bolton: voto decisivo su Trump e prezzi

L’ex consigliere prevede perdite repubblicane e avverte sui rischi di un accordo solitario tra Washington e Mosca

Le elezioni di metà mandato del 3 novembre saranno soprattutto una verifica sull’operato di Donald Trump, a partire dall’economia. Secondo John Bolton, inflazione, costo della vita e timori per l’occupazione orienteranno le scelte degli elettori più della politica estera.

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Il peso dell’economia sul voto

Bolton ritiene che il presidente abbia trasformato il voto in un giudizio diretto sulla propria persona e sul suo operato. Se le rilevazioni saranno confermate, i repubblicani rischiano di perdere la Camera e forse anche il Senato.

A pesare sarebbe il malcontento di elettori indipendenti e di una parte dello stesso Partito repubblicano. Non potendo votare direttamente contro Trump, molti potrebbero esprimere la loro insoddisfazione scegliendo candidati democratici.

Per i democratici, il tema dominante è invece la sicurezza economica: prezzi elevati, difficoltà legate al lavoro e perdita del potere d’acquisto. Nel 2024 molti americani avevano scelto Trump perché consideravano deludente la gestione dell’economia da parte di Joe Biden e non ritenevano Kamala Harris in grado di migliorarla.

L’aumento del prezzo della benzina è legato anche alla guerra nel Golfo, ma Bolton osserva che gli elettori non stanno punendo direttamente il conflitto: «Non stanno votando contro la guerra, ma contro le sue conseguenze». Il risultato potrebbe quindi influenzare le decisioni della Casa Bianca dopo il 3 novembre.


Le conseguenze per Trump

In caso di sconfitta, secondo Bolton, Trump attribuirebbe la responsabilità ai candidati repubblicani e alla loro conduzione delle campagne. Il presidente non leggerebbe il risultato come una bocciatura personale, ma come un fallimento del partito.

La reazione potrebbe renderlo ancora meno prevedibile rispetto al primo mandato. Con una o entrambe le Camere controllate dai democratici, le commissioni parlamentari avrebbero ampio spazio per aprire indagini sull’amministrazione, esaminando anche decisioni e vicende risalenti ai primi anni della sua attività politica.

Per Bolton, ne deriverebbero due anni molto difficili sul piano interno. Il Congresso potrebbe convocare audizioni e sottoporre l’amministrazione a verifiche in numerosi settori, anche se la capacità di incidere sulle scelte di politica estera resterebbe ridotta.

La Costituzione assegna infatti al presidente la responsabilità principale nell’indirizzo internazionale degli Stati Uniti. Il Congresso può contestare le decisioni e approvare leggi, ma per limitare concretamente Trump servirebbero maggioranze sufficienti a sostenerle.


I rapporti con Mosca

Bolton considera concreto il rischio che un’intesa sull’Ucraina venga negoziata da Trump senza il coinvolgimento di altri interlocutori. A suo giudizio, il presidente conosce poco la Russia, l’Ucraina e le dinamiche internazionali e tende a valutare i rapporti tra Stati sulla base delle relazioni personali tra i leader.

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L’ex consigliere ricorda che, durante il primo mandato, Trump chiese a John Kelly se la Finlandia appartenesse ancora alla Russia, mostrando una conoscenza limitata della storia e della geografia dell’area. Putin, secondo Bolton, considera il presidente statunitense un interlocutore facilmente influenzabile: «Putin vede Trump come un bersaglio facile».

Il leader russo potrebbe attendere la conclusione delle elezioni per verificare la possibilità di ottenere un’intesa favorevole a Mosca e penalizzante per Kiev. Anche un’opposizione trasversale in Congresso, secondo Bolton, non sarebbe necessariamente sufficiente a fermare un accordo condotto direttamente dalla Casa Bianca.

Quanto alla presunta attività russa in Europa, Bolton parla di operazioni volte a condizionare le elezioni e ad alimentare la sfiducia nelle istituzioni. Tra gli strumenti citati figurano attacchi informatici ai sistemi di voto, messaggi capaci di aumentare il malcontento e campagne contro candidati specifici.

L’ex consigliere non esclude che Mosca possa finanziare gruppi radicali per creare instabilità, anche senza condividerne le idee. Tuttavia precisa: «Non ho prove». A suo avviso, si tratterebbe di tecniche di influenza già utilizzate in passato e riconducibili a una più ampia strategia di pressione politica.


Il rapporto con Giorgia Meloni

Bolton attribuisce l’imprevedibilità dei rapporti tra Trump e Giorgia Meloni soprattutto alla sensibilità del presidente alle critiche personali. La presa di posizione della presidente del Consiglio sulle parole di Trump riguardo al Papa avrebbe irritato l’inquilino della Casa Bianca.

Secondo l’ex consigliere, Trump non considera necessariamente il peso strategico dell’Italia o l’orientamento conservatore di Meloni: tende invece a valutare positivamente i leader che non lo contestano pubblicamente. Il contrasto, comunque, non sarebbe irreparabile né il risultato di una strategia geopolitica definita.

Bolton descrive Trump come un presidente che decide caso per caso, senza elaborare sempre un piano di medio periodo. La sua condotta, più che da una linea politica coerente, sarebbe guidata dalle reazioni agli avvenimenti e alle persone coinvolte.


Iran e decisioni militari

Il risultato delle elezioni, nella valutazione di Bolton, non determinerà automaticamente la scelta di Trump sull’eventuale ripresa delle operazioni militari contro l’Iran. Il presidente deciderà in base alle circostanze e alla propria valutazione del momento.

Per questo, l’ex consigliere non collega in modo diretto l’esito del voto a una precisa iniziativa militare. La politica estera, anche con un Congresso ostile, resterebbe in larga misura nelle mani di Trump.

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