432notizie oggi Scopri i vantaggi
Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Microcitoma, sopravvivenza oltre 21 mesi: la svolta dello studio

La combinazione di tarlatamab e durvalumab ha ridotto del 58% il rischio di morte nello studio DeLLphi-305, con benefici anche nei pazienti più difficili da trattare.

Per il carcinoma polmonare a piccole cellule in stadio esteso arriva un risultato che amplia le prospettive terapeutiche: nello studio di fase 3 DeLLphi-305, l’aggiunta di tarlatamab a durvalumab ha portato la sopravvivenza globale mediana a 21,1 mesi, contro i 12,7 mesi ottenuti con il solo durvalumab. Il dato riguarda pazienti che non avevano mostrato una progressione dopo il trattamento iniziale con durvalumab, chemioterapia a base di platino ed etoposide.

Offerta del giorno25 ottobre

Rowenta

-20% sulle aspirapolveri da Rowenta

Scade tra 67 giorni
********


Un guadagno di oltre otto mesi

Secondo i risultati resi noti da Amgen, la combinazione ha ridotto del 58% il rischio di morte rispetto alla monoterapia, con un rapporto di rischio pari a 0,42 e un intervallo di confidenza al 95% compreso tra 0,32 e 0,54. Il risultato è statisticamente significativo, con P inferiore a 0,001, dopo un periodo mediano di osservazione di circa 16 mesi.

Il carcinoma polmonare a piccole cellule in fase estesa resta una malattia caratterizzata da una prognosi severa. Marcello Tiseo, direttore dell’Unità operativa complessa di Oncologia medica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma e ordinario all’Università di Parma, ha ricordato che l’immunoterapia aveva garantito finora un aumento mediano della sopravvivenza di circa 2-3 mesi, portando l’attesa media a 12-13 mesi.

Il nuovo studio indica invece un vantaggio mediano superiore agli otto mesi. A un anno, inoltre, risultava ancora vivo circa l’80% dei pazienti. Tiseo ha definito questo risultato il più ampio progresso in termini di sopravvivenza ottenuto finora rispetto a uno standard terapeutico attivo per il microcitoma in stadio esteso.


Benefici anche nei casi più complessi

Il vantaggio della combinazione è stato osservato anche in sottogruppi considerati più difficili, tra cui i pazienti con metastasi cerebrali o epatiche. Per questi malati, spesso associati a una prognosi meno favorevole, l’effetto rilevato rafforza l’ipotesi di anticipare l’impiego di tarlatamab nel percorso di cura.

Jay Bradner, vicepresidente esecutivo responsabile della ricerca e sviluppo, dell’intelligenza artificiale e dei dati di Amgen, ha definito i risultati un progresso senza precedenti per i pazienti con questa forma aggressiva di tumore. L’azienda ha comunicato di voler condividere rapidamente i dati con le autorità regolatorie dei diversi Paesi.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Readoo usa l’AI per rispondere velocemente alle tue domande.

I risultati sono stati illustrati al Congresso 2026 della Società europea di oncologia medica, durante un simposio presidenziale, e pubblicati nello stesso momento sul New England Journal of Medicine. La presentazione è stata accompagnata dagli applausi del pubblico presente in sala.


Gli effetti indesiderati osservati

Sul fronte della sicurezza, eventi avversi correlati al trattamento di grado 3 o superiore sono comparsi nel 20,9% dei pazienti che hanno ricevuto la combinazione, contro il 10,8% del gruppo trattato con il solo durvalumab. Tra gli effetti più frequenti associati alla terapia combinata figuravano la riduzione dei neutrofili, segnalata nel 3,2% dei casi, la diminuzione dell’appetito e la neutropenia, entrambe al 2,1%.

Astenia e perdita di peso hanno interessato rispettivamente l’1,8% dei pazienti. La sindrome da rilascio di citochine è stata registrata nel 49,6% dei partecipanti trattati con tarlatamab: nella maggior parte dei casi era di grado 1, pari al 41,8%, oppure di grado 2, pari al 7,4%. Si è verificato un solo episodio di grado 3, corrispondente allo 0,4%, mentre non sono stati rilevati casi di grado 4 o superiore.

La sindrome di neurotossicità associata alle cellule effettrici immunitarie ha riguardato l’1,1% dei pazienti e non ha prodotto eventi di grado 3 o più grave. Nel complesso, i dati sostengono la valutazione di tarlatamab come trattamento di mantenimento dopo la terapia iniziale, ma dovranno essere considerati nel percorso di esame da parte delle autorità competenti.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere