Marco Risi tra cinema e dolore: il ricordo struggente di Laura Antonelli
Il regista ripercorre il rapporto con Dino Risi, la parabola drammatica di Laura Antonelli e le difficoltà del cinema italiano contemporaneo.
Il cinema italiano attraversa una fase delicata e, secondo Marco Risi, ha smarrito anche la capacità di far ridere come un tempo. Il regista, 75 anni, riflette sul futuro del settore, ma nella sua memoria riaffiorano soprattutto due figure decisive: il padre Dino e Laura Antonelli, amata e poi vista precipitare nell’isolamento.
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Il cinema non riesce più a far ridere
L’ultimo film di Marco Risi è *Il punto di rugiada*, opera descritta come poetica e attraversata da una vena di cinismo ereditata dal padre. Nonostante l’apprezzamento, il film non ha ottenuto risultati significativi al botteghino. Il regista spiega di avere ancora tre soggetti e una sceneggiatura pronti, ma considera sempre più difficile trasformare un progetto in un film.
Per Risi, il pubblico cerca produzioni sostenute da risorse consistenti e da idee capaci di distinguersi. I piccoli film italiani faticano a trovare spazio nelle sale, mentre gli spettatori che ancora le frequentano non sono, in molti casi, giovanissimi. Anche la comicità sembra essersi trasformata: dopo aver apprezzato *Serpenti*, il regista ha osservato che il grottesco oggi si trova soprattutto nella realtà, ma produce inquietudine più che risate. «Mi inquieta, non fa neanche ridere», ha detto parlando del presente.
Laura Antonelli, una solitudine estrema
Nel racconto di Marco Risi c’è anche il ricordo di Laura Antonelli, con cui ebbe una relazione. La descrive come una donna priva di vanità e di atteggiamenti altezzosi, oltre che di una bellezza straordinaria. La sua parabola, però, si concluse in condizioni drammatiche: quando il regista la incontrò, delle ricchezze guadagnate durante la carriera non restava quasi nulla.
Nella casa, racconta, c’erano soltanto alcuni generi alimentari essenziali e un unico vestito scuro nell’armadio. Antonelli non possedeva nemmeno un televisore e ascoltava Radio Maria. Diceva di parlare con Dio, che chiamava “papino”, mentre alla domanda sul ruolo avuto dalla cocaina nella sua rovina rispose definendola la “droga di Dio”.
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Dino Risi, un padre difficile
Il rapporto con Dino Risi fu intenso, ma tutt’altro che semplice. Marco ricorda un genitore severo, poco incline ai complimenti e incapace di incoraggiarlo apertamente a intraprendere la carriera cinematografica. Per ottenere la sua attenzione bisognava arrivare rapidamente al punto: quando il figlio si dilungava nei racconti, Dino lo interrompeva con una sola parola, «Titolo!».
Nonostante quella durezza, Dino gli offrì un aiuto concreto dopo un periodo complicato, coinvolgendolo nella scrittura di due film. In un’occasione apprezzò anche una scena particolarmente ruvida preparata dal figlio per *Sono fotogenico*. Ma fu davanti a *Mery per sempre* che Marco colse negli occhi del padre una reazione diversa, forse la prima forma evidente di orgoglio.
L’ultimo abbraccio sul set
Marco ha inoltre recuperato dieci ore di immagini che mostrano Dino negli ultimi anni, ormai molto dimagrito. Il padre pesava 48 chili e, quando il figlio lo stringeva, ne sentiva le ossa. Sul piano politico, Dino aveva attraversato diverse stagioni, dal socialismo vicino a Pietro Nenni all’interesse per Ugo La Malfa, fino a un progressivo distacco.
Il regista riteneva inoltre di non appartenere davvero alla comunità degli autori più politicamente impegnati. Temeva che l’adesione a un partito potesse limitare l’indipendenza creativa. Nel 2008 raggiunse Marco sul set di *Fortapasc*, a Castel Volturno, incuriosito dal lavoro del figlio: fu l’ultima volta che si videro. Dopo una telefonata, Dino gli confidò di essere stanco. Marco gli chiese di resistere, ma la risposta fu: «Pensa al tuo film».
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