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Attualità 3 min di lettura28 min fa

Malkovich e Rockwell interpretano agenti della Cia in Cile

Il film di Martin McDonagh riunisce agenti della Cia, memoria politica, punk-rock e il tramonto dell’innocenza americana

Wild Horse Nine arriva al cinema con John Malkovich e Sam Rockwell nei panni di due agenti della Cia nella Santiago precedente al golpe di Augusto Pinochet. Martin McDonagh usa la loro storia per interrogarsi sulla responsabilità morale degli Stati Uniti e sul rapporto tra violenza, fede e potere.

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Due agenti davanti al passato

Malkovich interpreta Chris, un uomo ormai condannato da una malattia terminale e deciso a mettere per iscritto la propria carriera. L’uso della morfina gli ha tolto molte inibizioni: nei suoi ricordi compaiono il Guatemala, la Baia dei porci, Patrice Lumumba e il riferimento al «cazzo di fucile di Dallas».

Lee, interpretato da Rockwell, lo accompagna sull’Isola di Pasqua, dove Chris vuole trascorrere quello che potrebbe essere il suo ultimo viaggio. Il compagno deve però sorvegliarlo, perché quelle memorie potrebbero creare problemi. Tra i due si alternano affetto, rancore e litigi domestici, in una relazione che ricorda quella di una coppia sposata più che un semplice rapporto professionale.

Chris è anche un cattolico alle prese con domande apparentemente assurde ma legate alla colpa: si chiede se in Paradiso possano entrare i dinosauri buoni e se un nazista capace di salvare sua madre possa meritare la salvezza. La sua ironia nasconde il peso di una vita trascorsa a uccidere in nome degli interessi americani.

Parlando della casa di Santiago, infestata dalle falene, l’agente osserva: «A volte credo di preoccuparmi più delle falene in Cile che della gente in Cile». Il dettaglio quotidiano diventa così il segno di un tormento più grande, quello di un uomo che prova a misurare il valore delle vite sacrificate.


Dal punk al Cile di Allende

Il film intreccia questa crisi personale con la cultura punk-rock, intesa non soltanto come musica ma come rifiuto delle autorità, delle convenzioni e delle ipocrisie. McDonagh ha raccontato di essersi avvicinato ai Clash a dodici anni, quando si sentiva un ragazzo della classe operaia senza prospettive oltre a un impiego privo di futuro.

Secondo il regista, mettere in discussione governi e istituzioni porta inevitabilmente a confrontarsi anche con la Chiesa cattolica. Da qui nasce il legame tra la sua formazione religiosa, la musica dei Clash e la storia cilena. In Washington Bullets, brano contenuto nell’album Sandinista, il gruppo ricorda Salvador Allende, Victor Jara e il ruolo degli Stati Uniti prima del colpo di Stato.

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Non è quindi casuale la scelta di ambientare la vicenda a Santiago. Chris e Lee si trovano in una città attraversata dalla tensione politica, dove incontrano due studentesse di sinistra. In un locale, l’entusiasmo delle ragazze per il cambiamento sociale si scontra con il cinismo dell’agente, convinto che la violenza produca risultati più rapidi delle manifestazioni.

Nel bar si esibisce anche un cantante che interpreta Victor Jara. La scena amplia il discorso del film: il passato cileno non è soltanto uno sfondo storico, ma il punto da cui McDonagh osserva le contraddizioni della politica statunitense.


La memoria americana

Un’altra ferita emerge durante una telefonata tra Chris e il fratello, interpretato da Tom Waits. I due discutono dell’assassinio di John Kennedy e dei pochi secondi che, nella lettura proposta dal film, avrebbero spezzato l’illusione di un’America ancora integra.

Il fratello sostiene che il Paese sia precipitato dopo quell’evento; Chris ribatte che la crisi esisteva già, soltanto non era ancora visibile. Il dialogo, costruito con la precisione dei testi teatrali, condensa il metodo di McDonagh: partire da un episodio privato per arrivare a una questione collettiva.

La scrittura richiama il gusto per i confronti serrati già presente in In Bruges e Gli spiriti dell’Isola. Le battute mantengono una vena comica anche quando affrontano morte, imperialismo e responsabilità. L’umorismo non alleggerisce davvero il dolore, ma lo rende più tagliente.

Avvicinandosi al finale, Wild Horse Nine sposta con maggiore chiarezza lo sguardo sul presente. La vicenda dei due agenti diventa una riflessione sull’America di Donald Trump, sulla sua pretesa di difendere prima di tutto i propri interessi e sulla difficoltà di distinguere tra chi agisce da buono e chi da cattivo. L’uscita nelle sale, collocata subito dopo le elezioni di metà mandato, rafforza il richiamo all’attualità politica statunitense.

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