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Malattia rara, svolta in Italia: la terapia ora è rimborsabile

L’Agenzia italiana del farmaco ha dato il via libera alla rimborsabilità di sebelipase alfa, primo trattamento disponibile nel Paese contro il deficit di lipasi acida lisosomiale.

Per chi convive con il deficit di lipasi acida lisosomiale, la decisione dell’Agenzia italiana del farmaco può segnare un passaggio decisivo: sebelipase alfa sarà rimborsabile in Italia per i pazienti di ogni età. Si tratta della prima terapia autorizzata e disponibile nel Paese per questa malattia metabolica genetica ultra-rara, progressiva e potenzialmente capace di provocare danni a più organi fino alla morte prematura.

La patologia nasce dall’assenza o dal malfunzionamento di un enzima necessario a smaltire colesterolo e trigliceridi. Di conseguenza, i grassi si accumulano soprattutto nel fegato, ma anche in altri organi. Il quadro clinico cambia molto da persona a persona e proprio questa variabilità può rendere il riconoscimento particolarmente complesso.

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La diagnosi resta il primo ostacolo

Secondo Umberto Vespasiani Gentilucci, professore ordinario di Medicina interna all’università Campus Bio-Medico di Roma e responsabile dell’Unità Malattie autoimmuni e metaboliche del fegato della Fondazione Policlinico universitario Campus Bio-Medico, la malattia viene talvolta scambiata per disturbi più frequenti, come alcune forme familiari di ipercolesterolemia o altre patologie epatiche. Il ritardo nell’identificazione può superare i 10 anni.

Nei bambini, i segnali possono comprendere aumento delle dimensioni di fegato e milza, valori alterati degli enzimi epatici e concentrazioni elevate di colesterolo. Lorenzo D’Antiga, professore e direttore del Dipartimento Materno infantile e pediatrico dell’Asst Papa Giovanni XXIII di Bergamo, avverte: «Se la malattia non viene presa in considerazione e non si riconoscono i suoi campanelli d’allarme, il rischio è che bambini con segni apparentemente comuni arrivino alla diagnosi dopo anni».

La conferma può arrivare tramite un esame su una goccia di sangue, metodo simile a quelli utilizzati negli screening. Il problema principale, tuttavia, rimane il sospetto clinico iniziale. Nella forma neonatale più aggressiva, conosciuta come sindrome di Wolman, circa l’89% dei pazienti non trattati non supera il primo anno di vita; esiste anche una variante pediatrica più lenta e molto variabile.


Una cura che agisce all’origine

Sebelipase alfa sostituisce l’enzima carente e interviene quindi sul meccanismo alla base della malattia. Per Albina Tummolo, esperta di malattie metaboliche ereditarie all’ospedale Giovanni XXIII di Bari, la disponibilità del trattamento «può cambiare radicalmente la prospettiva delle persone che convivono con la Lal-D in Italia».

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Gli studi clinici hanno evidenziato effetti favorevoli sulla sopravvivenza e sui principali indicatori di danno epatico e alterazione dei grassi nel sangue. Nei bambini con la forma infantile, 6 pazienti su 9, pari al 67%, hanno superato i 12 mesi di vita, contro nessuno dei 21 pazienti appartenenti a una precedente coorte non trattata.

Nei pazienti in età pediatrica e adulta sono stati osservati la normalizzazione dell’enzima epatico Alt, una diminuzione del grasso presente nel fegato e miglioramenti nei livelli di colesterolo Ldl e Hdl. I benefici sui valori di Alt sono rimasti nel tempo anche nei pazienti che hanno proseguito la terapia nello studio di estensione.


Cosa cambia per pazienti e famiglie

L’autorizzazione europea di sebelipase alfa risale al 2015 ed è stata sostenuta dai risultati di due studi clinici e di una successiva sperimentazione di estensione. La rimborsabilità italiana consente ora di rendere più accessibile il trattamento, in un ambito nel quale la scarsità di diagnosi ha spesso complicato il percorso assistenziale.

Manuela Vaccarotto, vicepresidente dell’Associazione italiana sostegno malattie metaboliche ereditarie, ha definito la decisione «un traguardo di straordinaria importanza» per i pazienti e i loro familiari. L’associazione intende proseguire le attività di informazione e sensibilizzazione, con l’obiettivo di favorire l’individuazione precoce della malattia.

Tra le reazioni indesiderate più frequenti segnalate figurano ipersensibilità, gonfiore delle palpebre, tachicardia, difficoltà respiratorie, vomito, dolore addominale, diarrea, febbre, stanchezza, capogiri ed eruzioni cutanee. Le procedure per ottenere la rimborsabilità sono ancora in corso in altri Paesi dell’Unione europea.

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