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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

L’udienza, il biglietto e il gesto estremo: il caso di Tortona

La decisione sugli incontri con il padre avrebbe aggravato la crisi di Viktorija Timofeeva, accusata della morte della figlia Alessandra Lucia e poi protagonista di un tentato suicidio.

L’ultimo passaggio in tribunale per l’affidamento della bambina potrebbe aver rappresentato il punto di rottura per Viktorija Timofeeva. La trentenne russa, ospite con la figlia Alessandra Lucia, di tre anni, in una struttura di coabitazione ricavata nella canonica di Santa Maria Canale a Tortona, è accusata di aver ucciso la piccola e di aver poi cercato di togliersi la vita.

A poche ore dal fatto, chi aveva incontrato madre e figlia nei giorni precedenti ha descritto una donna premurosa, discreta e molto legata alla bambina. «Non era una cattiva madre», ha raccontato una persona che le conosceva, ricordando anche di averle viste insieme, sorridenti, mercoledì all’ora di pranzo.

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La decisione sull’affidamento ha aggravato la crisi

Il giorno prima della tragedia, durante l’udienza sull’affidamento, il tribunale avrebbe autorizzato il padre a vedere la figlia due volte alla settimana. Gli incontri, secondo quanto riferito, si sarebbero dovuti svolgere in ambiente protetto e con il controllo dei servizi sociali. Per la madre, però, anche questa formula sarebbe stata fonte di forte angoscia.

Davanti al giudice, Timofeeva aveva sostenuto che l’uomo non fosse un buon padre. Nel 2024 lo aveva inoltre denunciato per violenza domestica; il procedimento non era però arrivato al dibattimento, dopo la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura. La difesa dell’uomo aveva ridimensionato l’episodio, definendolo un semplice spintone.

Secondo il legale della donna, il quadro era quello di una persona rimasta senza una rete di sostegno. «La sua è la parabola di una donna che si è sentita del tutto sola e abbandonata», ha spiegato, richiamando l’assenza di lavoro, parenti e riferimenti vicini.


Dal rifugio alla nuova casa di Tortona

Prima di arrivare nella struttura tortonese, la donna aveva lasciato il compagno e trovato accoglienza in un centro protetto di Voghera. La permanenza nella canonica di Santa Maria Canale doveva costituire un passaggio verso una vita autonoma, dopo un percorso di studi e di lavoro completato in Russia.

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Nella nuova sistemazione madre e figlia avevano trovato ospitalità insieme. Le persone che frequentavano la struttura hanno riferito di una relazione affettuosa e di attenzioni costanti verso Alessandra Lucia, che la madre chiamava «la sua bimba». La ricostruzione degli ultimi giorni resta tuttavia al centro degli accertamenti.


Il biglietto e il silenzio davanti al giudice

Dopo aver colpito mortalmente la figlia con un’arma da taglio, la trentenne avrebbe rivolto la violenza contro sé stessa. Sarebbe stata lei a chiamare il 112; quando i soccorritori sono entrati nell’alloggio hanno trovato anche un messaggio scritto in russo, ora esaminato dagli investigatori.

All’udienza di convalida, davanti al giudice per le indagini preliminari Riccardo Ghio, Timofeeva ha scelto di non rispondere. Il magistrato si è riservato la decisione sulla misura cautelare. L’avvocata Federica Tartara ha spiegato che la sua assistita non sarebbe nelle condizioni psicofisiche per sostenere un interrogatorio e che ogni colloquio richiede l’aiuto di un interprete, perché la donna non padroneggia l’italiano.

La difesa ha quindi collegato il delitto e il successivo tentativo di suicidio a una condizione di isolamento e disperazione profonda. Una eventuale audizione davanti al pubblico ministero potrebbe essere valutata più avanti, quando le condizioni della donna lo consentiranno.

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