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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Lasciare Israele per non tacere: la scelta di Hagai Agmon-Snir

Dopo anni dedicati al dialogo tra israeliani e palestinesi, l’attivista ha scelto l’Italia per continuare dall’esterno la sua opposizione al sistema vigente.

«Non siamo profughi e non siamo esuli». Hagai Agmon-Snir descrive così, nelle parole riportate durante un incontro pubblico a Milano, la decisione presa con la moglie. La loro non sarebbe una fuga dettata dalla necessità: in Italia conducono una vita serena e possono rientrare in Israele per brevi soggiorni.

L’obiettivo, spiega l’attivista, è sfruttare la libertà e gli strumenti a disposizione per proseguire la propria battaglia senza rinunciare all’integrità. La coppia considera il trasferimento un cambio di posizione, non un abbandono delle responsabilità: dall’estero intende sostenere chi continua a impegnarsi dentro Israele.


Una scelta politica, non una fuga

Agmon-Snir accosta la propria esperienza a quella degli intellettuali italiani che, negli anni Trenta, lasciarono il Paese dopo essersi opposti al fascismo. Tra questi cita Giuseppe Antonio Borgese, precisando però che il richiamo non vuole stabilire una sovrapposizione tra vicende storiche diverse.

Secondo l’attivista, quei fuoriusciti compresero che restare in silenzio avrebbe significato accettare una forma di collaborazione con il regime. Il loro trasferimento, sostiene, servì invece a conservare una voce autonoma, informare l’opinione pubblica internazionale e continuare a battersi per l’Italia da una posizione esterna.


Il punto di rottura a Gerusalemme

La decisione è maturata dopo anni di lavoro sul campo. Nel 1999 Agmon-Snir aveva fondato a Gerusalemme un centro interculturale dedicato alla pace e, per oltre vent’anni, aveva promosso occasioni di confronto e collaborazione tra cittadini ebrei e palestinesi.

Quelle iniziative locali avevano prodotto, a suo giudizio, una concreta percezione di fiducia e di possibilità condivisa. Sul piano più ampio, tuttavia, l’attivista ritiene che la speranza sia stata sconfitta: il quadro politico renderebbe oggi quasi impraticabile una soluzione che sia contemporaneamente equa e realizzabile.

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Il sistema e la perdita di speranza

A luglio di quest’anno Agmon-Snir e la moglie hanno quindi lasciato Israele per stabilirsi in Italia. La ragione centrale, ha spiegato, è la convinzione che dall’interno non esista più uno spazio reale per modificare l’assetto attuale, da lui definito la versione locale dell’apartheid.

Nel corso della serata organizzata al teatro Elfo Puccini da Mai indifferenti e dal Laboratorio Ebraico Antirazzista, l’attivista ha collegato la crisi della speranza a due elementi: il senso di impotenza e l’assenza di fiducia reciproca. Quando ciascuna parte attribuisce all’altra il compito di fare il primo passo, ha osservato, nessuno riesce a incidere; quando invece si costruiscono capacità d’azione e rapporti affidabili, torna possibile immaginare un cambiamento.

Agmon-Snir sostiene che il sistema neghi a milioni di palestinesi diritti fondamentali, compresa la possibilità di partecipare alle decisioni sul proprio futuro. Da qui nasce la sua accusa di apartheid e la scelta di non voler diventare complice attraverso il silenzio.

La coppia teme inoltre che figli e nipoti possano un giorno domandare dove si trovassero gli adulti mentre a Gaza venivano commessi crimini di guerra e in Cisgiordania si verificavano fatti altrettanto gravi. «Quando abbiamo capito che la nostra possibilità di cambiare le cose dall’interno era arrivata a zero, abbiamo capito che dovevamo agire», ha dichiarato Agmon-Snir, spiegando il passaggio che ha portato alla partenza.

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