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Attualità 4 min di lettura2 ore fa

La startup che rinasce dalla fermentazione: il premio al Festival di Firenze

Atipiche, cooperativa di Collalto Sabino, ha conquistato il riconoscimento dedicato alle imprese sostenibili durante l’ottava edizione del Festival Nazionale dell’Economia Civile.

È Atipiche, cooperativa di Collalto Sabino in provincia di Rieti, la realtà vincitrice del Premio Nazionale Prepararsi al Futuro 2026, assegnato durante l’ottava edizione del Festival Nazionale dell’Economia Civile di Firenze. Il progetto unisce fermentazione, filiera corta e valorizzazione delle produzioni locali, trasformando le competenze agricole in un percorso di sviluppo per il territorio.

La cooperativa propone attività agroalimentari, laboratori, iniziative di educazione alimentare, servizi di catering ed esperienze legate al luogo. Il suo modello punta sulla partecipazione della comunità e sulla rigenerazione delle aree rurali, con l’obiettivo di mantenere vivi saperi e presidi locali.


Atipiche porta il territorio nel futuro

Il riconoscimento era rivolto a chi sta avviando un’impresa o a startup costituite da meno di 36 mesi capaci di mettere la sostenibilità al centro del proprio modello economico. Silvia Rossi, direttrice di Fondosviluppo, ha evidenziato che l’identità territoriale può diventare un vantaggio competitivo soltanto se accompagnata da innovazione, capacità manageriale, investimenti e competenze digitali.

Franco Ferrarini, vicepresidente della Fondazione del Credito Cooperativo Tertio Millennio ETS, ha ricordato il ruolo degli strumenti mutualistici nel sostegno a cooperative e nuove imprese. Secondo i dati dell’Istituto Tagliacarne citati durante l’incontro, i clienti del Credito Cooperativo crescono il 12% più degli altri e sviluppano maggiori relazioni di rete. La Fondazione segue inoltre da anni le cooperative giovanili e, da cinque anni, anche le startup, offrendo alle realtà selezionate percorsi di formazione imprenditoriale.


Energia, la transizione è già possibile

Nel corso della giornata si è discusso anche di “democrazia energetica”. Una ricerca sulle Comunità Energetiche Rinnovabili ha analizzato 351 esperienze, comprese quelle solidali e a impatto sociale, rilevando che i risultati migliori emergono nei territori dotati di reti associative e istituzionali solide. Questi modelli possono generare risparmio, contrastare la povertà, sostenere gli investimenti locali e rafforzare i legami sociali.

Resta però limitata la conoscenza delle CER: l’indice NESC si ferma a 0,32 su 1, il dato più basso della rilevazione. Tra le proposte emerse figura il riconoscimento delle Comunità Energetiche Rinnovabili come soggetti economici, con accesso alle risorse e obblighi di trasparenza e rendicontazione.

Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del CNR e divulgatore, ha osservato: «Il 90% delle tecnologie che servono per la transizione le abbiamo già». A suo giudizio, l’Italia dispone già degli strumenti necessari, mentre il principale ostacolo resta culturale e organizzativo. Le richieste di connessione alla rete per nuovi impianti rinnovabili ammontano a 300 GW, contro una potenza di picco compresa tra 45 e 50 GW: realizzarne un decimo, ha spiegato, sarebbe già un risultato significativo. Tra le carenze più concrete ha indicato anche la mancanza di elettricisti.

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Casa e inclusione restano decisive

Un’altra sessione ha affrontato il tema delle persone e dei territori che rischiano di rimanere esclusi dai cambiamenti economici e sociali. Lorenzo Terzani, presidente del Consorzio Fabrica, ha ricordato che le cooperative sociali si sono occupate a lungo soprattutto di minori e anziani, mentre la questione abitativa è diventata centrale per sostenere le fasce più fragili.

Anna Meli, presidente di COSPE, ha sottolineato che la difficoltà di trovare casa pesa in particolare su precari, giovani, studenti e famiglie con redditi bassi o medio-bassi. Quando alla fragilità economica si aggiungono origine straniera, diverso colore della pelle o problemi legati al permesso di soggiorno, ha spiegato, disuguaglianza e discriminazione finiscono per rafforzarsi a vicenda.

Alessandro Santoni, coordinatore nazionale della Consulta dei Piccoli Comuni dell’ANCI e sindaco di San Benedetto Val di Sambro, ha invece richiamato la condizione dei piccoli centri. Questi rappresentano circa il 70% dei comuni italiani e, secondo il suo intervento, non sono semplicemente luoghi lontani: il vero discrimine riguarda chi non dispone della possibilità di scegliere.


Economia civile, una visione comune

Il confronto sull’economia sociale e civile ha coinvolto Stefano Zamagni, professore emerito di Economia politica all’Università di Bologna e già presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali dal 2019 al 2023, e Gabriele Sepio, avvocato tributarista e segretario generale della Fondazione Terzjus. Zamagni ha descritto l’economia civile come una chiave di lettura della realtà, collegata nella modernità al pensiero francescano e capace di comprendere modelli differenti, tra cui quello dell’economia sociale.

Sepio ha ricondotto gli attuali modelli sociali alla tradizione dell’economia civile: organizzazioni senza scopo di lucro che rispondono ai bisogni collettivi attraverso forme di governo democratiche e partecipative. Nel dibattito è stato richiamato anche il Piano nazionale per l’economia sociale, indicato come strumento per dare una base concreta a reciprocità, gratuità e mutualità.

Il Festival ha infine riservato spazio al rapporto tra cultura ed economia civile. Matteo Spanò, presidente della Fondazione MUS.E Firenze, ha spiegato il significato della presenza della cultura in una manifestazione dedicata all’economia, sottolineandone il ruolo all’interno delle riflessioni proposte durante i lavori.

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