La rabbia supera i giovani: l’Italia davanti a una frattura sociale
Camionisti, agricoltori, lavoratori e studenti condividono un disagio crescente, mentre le scelte economiche e sociali allontanano una generazione dal proprio futuro.
La protesta non riguarda più soltanto le piazze degli studenti. Nel Mezzogiorno i camionisti hanno fermato le attività, gli agricoltori denunciano compensi sempre più bassi per i propri prodotti e i lavoratori vedono il reddito eroso dall’inflazione. Se queste mobilitazioni dovessero incontrarsi con la rabbia giovanile, la tensione sociale potrebbe allargarsi ben oltre gli episodi già registrati.
La pressione accumulata è ormai evidente: le richieste di rassicurazione non sembrano poter essere soddisfatte con interventi temporanei e la protesta rischia di prolungarsi, fino a incidere sulla vita quotidiana del Paese. In questo clima, le manifestazioni dei ragazzi appaiono come una parte di un malessere più ampio, non come un fenomeno isolato.
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Una generazione senza prospettive
Centinaia di migliaia di giovani si stanno muovendo in diversi Paesi europei, non per semplice imitazione, ma perché condividono condizioni di vita e timori molto simili. Il problema non è limitato al presente: riguarda soprattutto la possibilità di costruire un domani autonomo, con un lavoro dignitoso, una casa e servizi accessibili.
Tra loro ci sono anche i ragazzi delle periferie, quelli che Zerocalcare ha raccontato come persone prive di riconoscimento e di riferimenti. Non partecipano necessariamente ai cortei studenteschi e spesso non dispongono di una coscienza politica strutturata. Conoscono però la frustrazione, osservano sugli schermi un benessere irraggiungibile e possono riversare nella rivolta una collera priva di direzione.
La loro presenza, distinta o intrecciata a quella degli studenti, segnala comunque una condizione comune: un sistema economico ingiusto sta restringendo le possibilità di un’intera generazione. La rabbia può assumere forme diverse, ma nasce da una medesima sensazione di esclusione.
La povertà oltre il reddito
Essere poveri oggi non significa soltanto non avere abbastanza cibo. Vuol dire anche non riuscire a sostenere il costo del trasporto, rinunciare alle cure, non acquistare i testi necessari per studiare perché l’affitto assorbe ogni risorsa, oppure restare esclusi dagli strumenti digitali indispensabili per svolgere attività ormai ordinarie.
In questa fascia rientrano giovani e donne, ma anche molte persone occupate con salari insufficienti e contratti instabili. La deprivazione può manifestarsi prima della fame: basta non potersi permettere una vita considerata normale, non riuscire a proteggersi dal caldo estremo o non avere accesso alla rete per consultare persino i propri documenti sanitari.
A fronte di questa realtà, l’invito rivolto agli studenti in tenda davanti al Parlamento a “aspettare” e a “crescere per capire come va il mondo”, pronunciato da Donzelli, è stato percepito come un’ulteriore distanza tra istituzioni e giovani. La questione non è soltanto la reazione a una vetrina infranta, ma il significato di una violenza sociale che agisce ogni giorno sulle vite più fragili.
Le scelte pubbliche alimentano il conflitto
Le risorse destinate alla difesa, secondo il testo, hanno sottratto spazio a sanità, scuola, università e protezione sociale. I 14 miliardi di euro indicati per il riarmo vengono letti da una parte della popolazione come una provocazione, soprattutto perché arrivano mentre molti servizi essenziali vengono ridotti o diventano troppo costosi.
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Anche gli interventi finanziati dal Pnrr per gli alloggi studenteschi hanno prodotto strutture affidate a gestori privati, con camere offerte a prezzi che possono superare i 1.000 euro. Un meccanismo analogo viene richiamato per le opere legate alle Olimpiadi: investimenti pubblici che, invece di garantire accessibilità, rischiano di trasformarsi in opportunità per soggetti privati.
L’università, di conseguenza, torna a essere realmente praticabile soprattutto per chi può contare su una famiglia in grado di sostenerne le spese. Il messaggio ricevuto dagli studenti è quello di un sistema che chiede pazienza mentre continua a rendere più costoso l’accesso alla formazione.
La protesta attraversa l’Europa
Le mobilitazioni non sono rimaste confinate alla Francia. Manifestazioni e scontri hanno coinvolto anche l’Italia, l’Albania, la Spagna, il Belgio e il Portogallo, mentre in Germania le politiche governative sono state contestate dai movimenti giovanili.
Secondo Andrea Zhok, l’esperienza maturata dalla popolazione nei confronti delle classi dirigenti è quella di un apparato impersonale e tecnocratico, impermeabile alle richieste sociali: “un muro di gomma semovente, che procede con un ‘pilota automatico’ del tutto indifferente ai bisogni della popolazione”. Il mancato ascolto, protratto per anni, ha trasformato la rassegnazione in opposizione.
La violenza nelle piazze non viene presentata come un elemento da celebrare. Auto incendiate, negozi danneggiati, monumenti colpiti e saccheggi restano reati e devono essere considerati tali. Ma concentrarsi esclusivamente su questi episodi, secondo questa lettura, rischia di oscurare la devastazione prodotta da decenni di politiche che hanno impoverito il lavoro, i servizi e le prospettive collettive.
Il conflitto non si chiude con le condanne
Le richieste di dissociazione rivolte alle opposizioni dalla Presidente del Consiglio vengono giudicate strumentali. La responsabilità della tensione, sostiene l’autore, ricade anche su chi ha privilegiato il controllo dei conti e l’aumento della spesa militare rispetto alla tutela della popolazione.
La protesta, dunque, non viene ricondotta a gruppi isolati comparsi improvvisamente nelle strade. È descritta come il risultato di una lunga accumulazione di disagi, alla quale si aggiungono il costo della casa, l’accesso limitato allo studio, la precarietà e l’impoverimento dei salari.
Se le diverse mobilitazioni dovessero trovare un punto d’incontro, la frattura potrebbe diventare più profonda. La questione non riguarda più soltanto la condanna degli atti di devastazione, ma la capacità delle istituzioni di rispondere a una generazione e a intere categorie sociali che non accettano più di essere ascoltate soltanto quando scendono in strada.
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