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Attualità 4 min di lettura4 giorni fa

La politica perde nei dettagli: le parole che cambiano il consenso

Luigi Di Gregorio spiega perché termini tecnici, acronimi e formule istituzionali spesso non arrivano ai cittadini, anche quando descrivono misure concrete.

Una legge può esistere, essere applicata e perfino produrre effetti senza diventare davvero comprensibile per chi ne dovrebbe percepire i risultati. Secondo Luigi Di Gregorio, professore di Comunicazione pubblica all’Università della Tuscia e direttore scientifico del master in Comunicazione strategica, il problema nasce spesso dalle parole scelte dalla politica: il linguaggio degli esperti rischia di sostituire quello utile a spiegare cosa cambia nella vita quotidiana.


Il cittadino vuole sapere cosa cambia

Per Di Gregorio, la comunicazione istituzionale tende a concentrarsi su stanziamenti, investimenti e provvedimenti approvati. Il pubblico, invece, cerca soprattutto una risposta concreta: quale effetto avrà quella decisione sul lavoro, sui servizi o sul bilancio familiare. Da qui la distinzione tra semplice rendicontazione dell’attività amministrativa e comunicazione capace di tradurre le conseguenze delle scelte.

Un esempio citato dal professore riguarda gli 80 euro introdotti dal governo Renzi. L’importo era visibile direttamente nella busta paga e, secondo la sua lettura, questo rendeva il messaggio più immediato rispetto a una spiegazione basata soltanto sul nome tecnico della misura. La stessa logica vale per il fisco: parlare di “cuneo fiscale” può risultare astratto, mentre indicare l’aumento effettivo dello stipendio rende il beneficio più riconoscibile.

Anche la pressione fiscale può generare equivoci. Se il gettito cresce perché viene recuperata una quota maggiore di evasione, il rapporto tra entrate e prodotto interno lordo può aumentare senza che siano state innalzate le aliquote pagate dai contribuenti già in regola. Per questo, sostiene Di Gregorio, una grandezza macroeconomica deve essere distinta da ciò che una singola persona versa realmente allo Stato.


Quando il nome crea un ostacolo

Il linguaggio tecnico può trasformarsi in una barriera per quella che la psicologia cognitiva definisce “maledizione della conoscenza”: chi lavora ogni giorno su un tema finisce per dimenticare quanto sia difficile per gli altri comprenderne il vocabolario. Termini come “fringe benefit”, “filiera”, “Fesr” e “Pac” appartengono con naturalezza agli ambienti amministrativi, ma non hanno la stessa immediatezza fuori da quei contesti.

Lo stesso problema, secondo il docente, riguarda le “case della comunità”, strutture territoriali della sanità. Il nome non richiama con chiarezza l’assistenza sanitaria e può essere associato a servizi comunali o centri sociali. Di Gregorio osserva che la precedente definizione, “case della salute”, comunicava meglio la funzione dei presidi.

Gli acronimi possono avere un destino simile. Il Pnrr è diventato familiare dopo una lunga esposizione pubblica, mentre sigle come Pac e Fesr restano poco accessibili a chi non frequenta il mondo delle istituzioni e dei fondi europei. Il punto, nella sua analisi, non è eliminare ogni termine specialistico, ma accompagnarlo con una spiegazione comprensibile.

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Difesa e sicurezza, il frame conta

La scelta delle parole pesa anche quando si parla di grandi strategie europee. Il piano per la difesa presentato nel marzo 2025 con il nome “ReArm Europe” è stato poi associato dalla Commissione europea alla formula “Readiness 2030”. Paula Pinho, portavoce dell’organismo, aveva spiegato che il verbo “rearm” poteva suscitare “sensitivities” in alcuni Paesi e rendere più complessa la comunicazione con i cittadini.

Di Gregorio considera quel passaggio un esempio di quanto un’etichetta possa orientare la percezione di una politica. “ReArm Eu era sbagliato”, ha affermato, osservando che il nuovo nome è arrivato quando il primo era già entrato nel dibattito pubblico. In questo modo, la parola scelta ha evocato soprattutto l’idea del riarmo, mentre l’obiettivo dichiarato avrebbe potuto essere raccontato anche attraverso la protezione delle infrastrutture, dei servizi essenziali e delle reti digitali.

Un secondo possibile asse narrativo è l’innovazione. Gli investimenti nel settore militare, nella prospettiva indicata dal professore, possono essere collegati allo sviluppo di tecnologie applicabili anche all’industria civile, dalla robotica ai sistemi digitali. Il messaggio, quindi, non dovrebbe limitarsi alla cifra destinata alla difesa, ma chiarire quali capacità produttive e tecnologiche si intendono costruire.


Le parole diventano scontro politico

In alcuni casi, tuttavia, la scelta terminologica non nasce da un errore di comunicazione: è già parte del conflitto. Espressioni come “utero in affitto” e “gestazione per altri”, oppure “termovalorizzatore” e “inceneritore”, indicano oggetti o pratiche vicine ma attivano immagini e giudizi differenti. Il lessico contribuisce così a costruire il punto di vista con cui il pubblico interpreta la questione.

Secondo Di Gregorio, proprio questo meccanismo può spiegare l’effetto prodotto da “ReArm”: il termine ha creato un frame diverso da quello che le istituzioni europee avrebbero voluto proporre. La battaglia politica, in questa lettura, comincia prima della presentazione dei dati e dei provvedimenti, perché riguarda il modo in cui quei contenuti vengono nominati.

Il tema sarà al centro del libro “La battaglia cognitiva”, in uscita per Rubbettino. La tesi di fondo è che un governo possa realizzare numerosi interventi senza riuscire a trasformarli in percezione diffusa: gli stakeholder conoscono le misure, ma il consenso si forma anche tra cittadini che non appartengono a quei circuiti. Come sintetizza Di Gregorio, “il voto non lo decidono gli stakeholder”.

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