Italia, una parte degli 8,8 miliardi militari è modificabile
La quota realmente modificabile va cercata nei capitoli ordinari del bilancio, non nei prestiti e nelle deroghe europee
I 22 miliardi richiesti dall’Italia per la difesa attraverso strumenti europei non possono essere trasferiti a scuola o sanità.
Un eventuale governo con priorità diverse potrebbe intervenire soltanto su alcune voci ordinarie del bilancio. Nel 2026, il capitolo dedicato a ricerca, ammodernamento degli armamenti e acquisti militari vale circa 8,8 miliardi di euro: una parte di queste risorse potrebbe essere ridiscussa, ma per stabilire quale servirebbe esaminare ogni singolo stanziamento.
GioiaPura
-15% su tutto da GioiaPura
Le risorse modificabili nel bilancio
Non esiste quindi una cifra complessiva già pronta per essere spostata verso altri settori. La possibilità di ridurre la spesa dipenderebbe dalle decisioni politiche sui capitoli nazionali non legati a vincoli esterni.
Il meccanismo europeo Nec non assegna denaro a Roma. Permette invece di allentare temporaneamente i limiti di bilancio e di sostenere maggiore spesa, entro determinate condizioni, per interventi collegati alla difesa. I prestiti Safe, al contrario, mettono a disposizione finanziamenti che dovranno essere restituiti e possono essere impiegati soltanto per investimenti militari individuati dai programmi europei.
I numeri della spesa militare
Le stime della Nato indicano per l’Italia 48,31 miliardi di euro destinati alla difesa nel 2026, pari al 2,1% del prodotto interno lordo. Nel 2024 la cifra era stata di 33,4 miliardi, corrispondenti all’1,52% del Pil.
L’incremento non coincide interamente con l’acquisto di armi o mezzi. Secondo l’Osservatorio sui conti pubblici italiani, l’aumento deriva in parte dall’inserimento di voci prima escluse, comprese alcune spese della Guardia di finanza, per lo spazio e per la cybersicurezza.
Nel dettaglio, le elaborazioni della Camera sui dati dell’Alleanza Atlantica attribuiscono il 57,1% della spesa al personale. Gli equipaggiamenti pesanti e la ricerca valgono il 24,45%, le infrastrutture il 6,85%, mentre l’11,61% riguarda altre voci.
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Nec e prestiti Safe
A settembre l’Italia ha chiesto di utilizzare, entro il 2028, una flessibilità cumulata fino allo 0,9% del Pil per le spese militari. Il valore stimato è di circa 14,4 miliardi di euro. Una richiesta dello stesso importo è stata presentata anche per interventi energetici legati alla transizione verde e alla riduzione della dipendenza dai combustibili fossili.
Il programma Safe, acronimo di Security Action for Europe, prevede fino a 150 miliardi di euro in prestiti a lungo termine per rafforzare la produzione europea nel settore della difesa. Roma aveva inizialmente indicato 14,9 miliardi, poi ha ridotto la domanda a circa 8 miliardi, ottenendo l’autorizzazione della Commissione europea il 13 ottobre.
L’obiettivo fissato dalla Nato
L’aumento della spesa si collega all’intesa raggiunta al vertice Nato dell’Aia, nel giugno 2025. Gli alleati hanno stabilito di arrivare entro il 2035 al 5% del Pil per difesa e sicurezza.
La quota è divisa in almeno il 3,5% per le esigenze militari principali e fino all’1,5% per settori connessi alla sicurezza. In quest’ultima parte rientrano la protezione delle infrastrutture, la sicurezza informatica, la preparazione civile, la resilienza e il sostegno all’industria della difesa.
Anche i documenti del governo riportano però valori differenti da quelli Nato. Il Documento programmatico di finanza pubblica stima per la difesa l’1,26% del Pil nel 2026 e nel 2027, con una discesa all’1,20% nel 2028. La distanza dipende dai diversi criteri utilizzati per classificare le spese.
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