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Attualità 2 min di lettura5 ott

Italia, 20mila posti in bilico: il nodo della produzione Ue

L’esclusione del Regno Unito dalle regole europee potrebbe costare all’economia italiana 1,7 miliardi di euro e mettere sotto pressione la filiera della componentistica.

L’Italia rischia di subire uno degli effetti più pesanti se il Regno Unito venisse escluso dalle disposizioni legate al marchio Made in Europe: secondo una stima citata dalla Society of Motor Manufacturers and Traders, il possibile impatto arriverebbe a 1,7 miliardi di euro sul prodotto interno lordo e coinvolgerebbe 20.000 posti di lavoro. A essere esposte sono soprattutto le imprese italiane della componentistica, fortemente legate alla domanda automobilistica britannica.


La filiera italiana teme il contraccolpo

Il quadro emerge da uno studio realizzato da Oxford Economics per la stessa associazione britannica. L’analisi indica l’Italia tra i Paesi che pagherebbero il prezzo più elevato in caso di una separazione netta delle due filiere, dopo decenni di scambi e produzioni distribuite tra le due sponde della Manica.

Il Regno Unito è il principale mercato di esportazione dell’Unione europea per le automobili, mentre i produttori europei vendono oltre Manica componenti per un valore superiore a quello destinato a qualsiasi altro mercato mondiale. Nel complesso, il rapporto commerciale tra i due sistemi vale circa 80 miliardi di euro ogni anno, con un ruolo centrale delle aziende italiane che forniscono parti e servizi agli stabilimenti britannici.


Hawes: «Serve una strategia diversa»

Mike Hawes, amministratore delegato della Society of Motor Manufacturers and Traders, ha riconosciuto che gli obiettivi di Bruxelles sono comprensibili, ma ha avvertito che la strategia rischia di ignorare l’integrazione costruita nel corso di decenni. «Escludere il Regno Unito sarebbe un autogol», ha dichiarato, sostenendo che una simile scelta ridurrebbe la competitività, le economie di scala e la libertà di scelta dei consumatori.

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Secondo Hawes, l’industria britannica dovrebbe essere considerata un partner affidabile all’interno di un progetto capace di rafforzare, non di dividere, il comparto automobilistico europeo. La posizione dell’associazione è che un irrigidimento delle regole finirebbe per indebolire entrambe le parti proprio mentre servono investimenti, volumi produttivi adeguati e prezzi accessibili per sostenere la transizione verso i veicoli a zero emissioni.


Incentivi e appalti sotto esame

Nella configurazione attuale, i veicoli assemblati nel Regno Unito non potrebbero accedere agli incentivi riservati ai prodotti fabbricati nell’Unione europea. Tra le misure a rischio rientrano il sostegno alle flotte aziendali meno inquinanti e i vantaggi collegati alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica; i modelli britannici verrebbero inoltre esclusi dalle gare pubbliche degli Stati membri.

Lo studio sostiene che la produzione automobilistica del Regno Unito alimenti attività economiche per 24 miliardi di euro e sostenga 250.000 occupati nell’intera Unione, con ricadute anche su servizi finanziari, immobiliari e forniture di pubblica utilità. Un taglio dell’accesso al mercato europeo ridurrebbe la domanda di automobili britanniche e, a cascata, gli acquisti di componenti, beni e servizi provenienti dall’Unione, aumentando i costi e restringendo l’offerta per i consumatori.

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