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Attualità 4 min di lettura58 min fa

Israele al bivio: Netanyahu rischia tutto contro Eisenkot

Il voto del 27 ottobre arriva dopo il 7 ottobre, le guerre regionali e una profonda frattura interna: ecco regole, protagonisti e possibili scenari

Il 27 ottobre gli israeliani saranno chiamati a decidere se confermare Benjamin Netanyahu o affidarsi a Gadi Eisenkot, il principale sfidante emerso negli ultimi mesi. Per la prima volta dopo la strage del 7 ottobre, gli elettori potranno valutare direttamente le scelte compiute durante le guerre a Gaza, in Libano, contro l’Iran e nello Yemen.

Il risultato dirà anche quanto abbiano pesato le responsabilità attribuite al governo per il fallimento della sicurezza israeliana e quanto, al contrario, contino i risultati militari rivendicati dal premier. In gioco ci sono 120 seggi della Knesset e la possibilità di costruire una maggioranza di almeno 61 deputati.

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Eisenkot prova a cambiare rotta

Ex capo di stato maggiore, Gadi Eisenkot è entrato in politica nell’agosto 2022, al termine di una carriera militare durata oltre 40 anni. Ha creato Yashar nel settembre 2025 e la crescita del suo consenso ha sorpreso anche alcuni alleati, tra cui Naftali Bennett e Yair Lapid. La scelta di questi ultimi di presentarsi insieme, secondo il quadro descritto nel testo, ne avrebbe però ridimensionato il peso nei sondaggi.

Eisenkot può contare soprattutto sul profilo personale. Ha perso in combattimento un figlio di 20 anni a Gaza e, dopo l’attacco del 7 ottobre, ha accettato di entrare nel gabinetto di guerra di unità nazionale, accantonando le divisioni politiche. Nove mesi più tardi ha lasciato l’incarico, sostenendo di aver compreso che Netanyahu stava ostacolando il raggiungimento di un’intesa per la liberazione degli ostaggi.

Il candidato di Yashar ha promesso un esecutivo «razionale», capace di ricomporre le fratture interne e di migliorare i rapporti internazionali di Israele. Tra le sue prime misure ci sarebbero una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre e la cancellazione delle leggi legate alla riforma giudiziaria voluta da Netanyahu.

Sul servizio nazionale, civile o militare, Eisenkot propone un obbligo esteso anche agli arabi e agli ultraortodossi. Per Gaza sostiene un ritiro israeliano graduale e l’ingresso di una forza multinazionale, ma soltanto se Hamas rinuncerà alle armi e al controllo politico del territorio.


Netanyahu punta ancora sulla sicurezza

Il leader del Likud resta il candidato più esperto e il politico da battere. Nato a Tel Aviv il 21 ottobre 1949, ha guidato Israele dal 1996 al 1999 e poi ininterrottamente dal 2009 al 2021, prima di tornare al potere nel dicembre 2022 alla guida dell’esecutivo più spostato a destra nella storia del Paese.

La sua maggioranza comprende, oltre ai partiti religiosi, esponenti della destra radicale come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir. Netanyahu è inoltre coinvolto da anni in procedimenti per corruzione e la riforma della giustizia promossa dal suo governo ha provocato proteste di massa e una lacerazione politica profonda.

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Dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, costato la vita a circa 1.200 persone e seguito dal rapimento di oltre 250 civili, il premier ha ordinato l’offensiva su Gaza. Il conflitto ha provocato più di 70mila morti palestinesi, mentre Israele stima in 22-25mila il numero dei miliziani di Hamas uccisi.

La guerra ha riacceso la questione palestinese e ha danneggiato l’immagine internazionale di Israele. Netanyahu, ricercato dal novembre 2024 dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, respinge le accuse. Agli elettori chiede di giudicare soprattutto la capacità di rafforzare la sicurezza nazionale di fronte all’«Asse della Resistenza» guidato dall’Iran.

La sua proposta resta ancorata alla deterrenza militare, al rapporto con Donald Trump e al rifiuto della nascita di uno Stato palestinese. Resta da capire se questa linea basterà a compensare le critiche sulla gestione dell’allarme precedente al 7 ottobre e sulle conseguenze delle guerre successive.


Seggi e coalizioni decideranno tutto

Il sistema israeliano è proporzionale. Ogni lista che supera il 3,25% dei voti ottiene una quota dei 120 seggi, ma nessun partito può governare da solo senza raggiungere la soglia di 61 parlamentari. Saranno quindi determinanti gli alleati capaci di entrare nella Knesset e la loro disponibilità a sostenere il candidato incaricato.

A gestire il dopo-voto sarà il presidente Isaac Herzog, in carica dal 2021. Spetterà a lui affidare il mandato alla persona ritenuta più adatta a raccogliere una maggioranza; i negoziati potrebbero durare giorni, settimane o mesi. Se nessun accordo fosse possibile, Israele potrebbe tornare alle urne, come accadde quattro volte tra il 2019 e il 2021.

Gli elettori saranno circa 7,3 milioni su una popolazione di 10,2 milioni. Il 79% degli abitanti è ebreo, mentre il 21% appartiene ad altre etnie o religioni, in prevalenza araba. Il diritto di voto scatta a 18 anni, mentre per candidarsi alla Knesset bisogna averne almeno 21.

I seggi resteranno aperti dalle 7 alle 22 e lo spoglio comincerà subito dopo. Il personale governativo israeliano all’estero, insieme ai coniugi e ai figli tra 18 e 20 anni, potrà votare nelle ambasciate e nei consolati dal 15 ottobre; gli altri cittadini residenti fuori dal Paese dovranno rientrare. Secondo le stime riportate, potrebbero farlo almeno 53mila persone.

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