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Attualità 1 min di lettura34 min fa

Iran, il cappio dopo le proteste: condannato un 22enne a Isfahan

Hrana denuncia la sentenza contro Ilya Ben-Rashid, detenuto a Isfahan dopo gli arresti legati alle manifestazioni del gennaio 2026.

«Ricordate il mio nome. Forse non potrò più parlare. Ma finché sarò in vita, nutro un'unica speranza: quella di vedere, prima che il cappio mi tolga la vita, un Iran libero e liberato». Con queste parole, pronunciate a settembre dal carcere, Najmeh Amini aveva raccontato la propria attesa della pena capitale.

La giovane, 23 anni, è stata condannata a morte da un tribunale di Mashhad per un messaggio pubblicato sui social e ritenuto blasfemo. Il suo caso si inserisce, secondo diverse organizzazioni per i diritti umani, in un ricorso sempre più frequente alla pena capitale per contestazioni legate alla politica.

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Le denunce delle organizzazioni umanitarie

A segnalare questa tendenza sono stati, tra gli altri, il Center for Human Rights in Iran (Chri), con sede negli Stati Uniti, la Human Rights Activists News Agency (Hrana) e Iran Human Rights (Ihr), organizzazione con base in Norvegia. Le associazioni seguono i procedimenti contro manifestanti e oppositori, oltre alle condizioni dei detenuti nelle carceri iraniane.

Hrana ha ora richiamato l'attenzione su un nuovo caso, chiedendo attenzione per la posizione di Ilya Ben-Rashid. L'organizzazione sostiene che la magistratura della Repubblica islamica abbia emesso un'altra condanna alla pena di morte nell'ambito della repressione delle proteste.

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Il processo davanti al tribunale di Isfahan

Ben-Rashid ha 22 anni ed è rinchiuso nel carcere di Dastgerd, nella provincia di Isfahan. Era stato arrestato durante le manifestazioni del gennaio 2026 e, secondo Hrana, la Sezione 5 del Tribunale rivoluzionario di Isfahan gli ha notificato martedì la decisione.

L'accusa contestata è quella di moharebeh, espressione tradotta come «guerra contro Dio». La sentenza collega il reato alla partecipazione del giovane alla distruzione di beni pubblici. A emetterla è stato il Tribunale rivoluzionario di Isfahan, lo stesso apparato giudiziario attraverso cui vengono trattati numerosi procedimenti contro i manifestanti.

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