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Attualità 4 min di lettura53 min fa

Il mondo senza regole: perché le grandi potenze rischiano di perdere il controllo

Marta Dassù ed Edoardo Campanella descrivono una fase di frammentazione globale in cui tecnologia, debito e poteri privati ridisegnano gli equilibri internazionali.

Le rivalità tra Stati Uniti e Cina non stanno portando verso una nuova spartizione del mondo tra imperi contrapposti. Secondo Marta Dassù, il rischio più concreto è l’ingresso in una lunga fase di frammentazione, nella quale le regole condivise si indeboliscono, il potere si distribuisce tra più soggetti e anche le grandi potenze faticano a imporre la propria volontà.

La tesi è al centro di *L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire*, il volume scritto da Dassù con Edoardo Campanella e presentato al Centro Studi Americani di Roma. All’incontro, moderato da Alessandra Sardoni, hanno partecipato anche Giampiero Massolo, Lorenzo Bini Smaghi, Carolina De Stefano e Michele Valensise.


La competizione non produce un nuovo ordine

Per Dassù, alcune tendenze già emerse dopo la crisi finanziaria del 2008 si sono ormai consolidate. Stati Uniti e Cina non considerano più l’economia globale come uno spazio uniforme e aperto: commercio, finanza e tecnologia vengono impiegati sempre più spesso come strumenti di pressione e di competizione strategica.

Il risultato, però, non sarebbe un semplice confronto tra nuovi imperi. La prospettiva indicata dagli autori è quella di una progressiva messa in discussione dell’idea stessa di un sistema internazionale fondato su norme comuni. A mancare sarebbero sia un equilibrio stabile tra le forze sia un consenso sufficiente sulle regole, i due elementi che Henry Kissinger considerava essenziali per definire un ordine internazionale.

Nel nuovo scenario il potere non appartiene più soltanto agli Stati. Le grandi piattaforme tecnologiche e gli altri soggetti privati dispongono di risorse e strumenti capaci di influenzare economie, opinioni pubbliche e decisioni politiche. Le relazioni tra gli attori diventano così più mobili, mentre le alleanze permanenti lasciano spazio a intese temporanee costruite caso per caso.


La forza non garantisce il risultato

Giampiero Massolo ha posto l’accento sulla differenza tra disordine e assenza di ordine. Nel primo caso le regole continuano a esistere, anche quando vengono violate; nel secondo, invece, viene contestata la loro stessa legittimità. In questa cornice, l’interesse nazionale tende a essere perseguito attraverso la pressione, la minaccia o la dimostrazione della forza.

Il paradosso è che la maggiore potenza non assicura automaticamente il raggiungimento degli obiettivi. Stati Uniti, Cina e Russia dispongono di capacità nettamente superiori a quelle della maggior parte degli altri attori, ma devono fare i conti con dipendenze economiche, ostacoli e possibilità di blocco da parte di soggetti meno forti.

Anche per questo diventa difficile separare con chiarezza un centro da una periferia. Gli Stati più piccoli o le potenze intermedie possono rallentare le strategie dei protagonisti globali, mentre questi ultimi cercano di evitare un confronto diretto che potrebbe trasformare una crisi in un conflitto più ampio. La risposta di molti Paesi consiste quindi nel cooperare con interlocutori diversi, senza legarsi in modo definitivo a un solo schieramento.

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Il costo economico degli imperi

Lorenzo Bini Smaghi ha analizzato la questione dal punto di vista finanziario. Un impero può offrire vantaggi al proprio centro politico ed economico, ma il mantenimento della sua posizione richiede risorse sempre maggiori. La rivalità tra Washington e Pechino rende evidente questa difficoltà.

Gli Stati Uniti hanno sostenuto per anni un modello basato su importazioni superiori alle esportazioni e sul finanziamento esterno di una parte rilevante della propria economia. La competizione con la Cina ha però accresciuto il fabbisogno finanziario americano. Pechino, al contrario, deve proteggere il ruolo della propria produzione nelle catene globali del valore, mantenendo forti le esportazioni e contenendo la crescita dei consumi interni.

Bini Smaghi ha riassunto la situazione spiegando che le due potenze si trovano davanti a un mondo da plasmare, ma devono affrontare una competizione sempre più sostenuta dal debito. Secondo l’ex esponente della Banca centrale europea, proprio questa fragilità può offrire all’Europa uno spazio di manovra.


L’Europa cerca strumenti propri

Il mercato e il risparmio europei restano risorse utili sia agli Stati Uniti sia alla Cina. Per trasformare questo peso economico in influenza politica, tuttavia, l’Unione europea dovrebbe affiancare alla capacità di fissare regole anche strumenti strategici più incisivi.

La proposta indicata da Bini Smaghi riguarda la nascita di grandi operatori continentali sostenuti non soltanto dalle istituzioni, ma anche da capitali privati europei. Il modello richiamato è Airbus: servirebbero realtà analoghe nei comparti tecnologico, farmaceutico, finanziario e negli altri settori considerati decisivi. L’integrazione, nella sua lettura, dovrebbe quindi svilupparsi anche attraverso imprese capaci di competere su scala globale.

Marta Dassù ha sostenuto che l’Europa debba riuscire a essere presente sia nelle decisioni sia nei luoghi in cui il potere viene esercitato. Le sole norme non sarebbero più sufficienti: occorre utilizzare in modo più efficace i punti di forza già disponibili.

Michele Valensise, presidente dello Iai, ha infine invitato a non trasformare le difficoltà dell’Unione in un lamento senza sbocco. Nel confronto ha sottolineato che l’Europa esiste già e può reagire, ma soltanto rafforzando l’integrazione e rinunciando alla tentazione di affidarsi esclusivamente alle politiche nazionali.

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