2.000Lettori online ora
Attualità 2 min di lettura59 min fa

Il lavoro finisce in tribunale: all’ex moglie vanno 50 mila euro

Dopo vent’anni nella stessa azienda di moda, la donna aveva chiesto 600 mila euro per il licenziamento deciso dal marito durante la separazione

Il Tribunale civile di Firenze ha riconosciuto alla donna un risarcimento di 50 mila euro, molto meno dei 600 mila richiesti. La vicenda nasce dalla fine del matrimonio e dal successivo allontanamento dall’azienda in cui i due coniugi avevano lavorato insieme per circa 20 anni.

La decisione riguarda il comportamento dell’ex marito nella sua veste di amministratore unico della società. Secondo il giudice, le sanzioni adottate nei confronti della donna non bastavano a giustificare il licenziamento, che è stato quindi dichiarato illegittimo.

Offerta del giorno13 ottobre

Douglas

-20% su ordini da 69€ da Douglas

Scade tra 5 giorni
*******


Il conflitto privato entra in azienda

La donna ha sostenuto di aver subito conseguenze sia nella sfera personale sia in quella professionale. Dal 2021, infatti, il marito avrebbe intrattenuto una relazione extraconiugale; durante la separazione, avrebbe poi utilizzato il proprio ruolo nella società per colpirla sul lavoro.

Prima sarebbe arrivata una sanzione disciplinare, ritenuta priva di una motivazione effettiva, e in seguito la perdita del posto. La lavoratrice ha collegato queste decisioni a un peggioramento delle proprie condizioni psicofisiche e a un danno per il percorso professionale costruito negli anni, compresa la riduzione delle future opportunità di carriera.


La richiesta era sei volte più alta

Sulla base di queste contestazioni, la donna ha domandato 600 mila euro. I suoi legali hanno descritto la condotta dell’ex marito come «un’opera di demolizione personale e professionale», sostenendo che l’obiettivo fosse estrometterla dalla gestione e dalla vita dell’impresa.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Il risarcimento invocato comprendeva, secondo la ricostruzione della lavoratrice, gli effetti prodotti dalla vicenda sul piano della salute, dell’occupazione e della valorizzazione delle competenze maturate. Il tribunale, tuttavia, ha riconosciuto soltanto una parte delle pretese economiche.


Perché il licenziamento è stato bocciato

Nell’esaminare i rapporti interni alla società, il giudice ha rilevato che la donna ricopriva un incarico significativo e disponeva di autonomia nello svolgimento delle proprie mansioni. Le decisioni definitive restavano però nelle mani del marito, titolare del ruolo di amministratore unico.

Il tribunale ha inoltre separato le tensioni coniugali dalle esigenze dell’impresa. Le discussioni avvenute sul posto di lavoro sono state ricondotte a questioni personali, senza un effettivo legame con l’attività aziendale. Quanto alle sanzioni, la sentenza ha stabilito che non fossero sufficienti a configurare una giusta causa: da qui l’illegittimità del licenziamento e la liquidazione di 50 mila euro.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere