Il Fatto Alimentare vince l’appello: San Benedetto paga di più
La Corte di Venezia conferma la correttezza degli articoli sullo spot e aumenta le spese a carico dell’azienda.
La Corte d’appello di Venezia ha dato ragione a Il Fatto Alimentare nel giudizio promosso da Acqua Minerale San Benedetto. La testata non ha diffamato l’azienda commentando nel 2022 uno spot con Elisabetta Canalis.
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Spese legali quasi quadruplicate
Il punto economico della sentenza riguarda la somma chiesta dall’azienda: almeno 1,5 milioni di euro. In primo grado, il Tribunale aveva riconosciuto alla testata 10.860 euro per le spese legali, calcolandole sulla base di una causa dal valore non determinabile.
Roberto La Pira, direttore de Il Fatto Alimentare, aveva contestato quella quantificazione. I giudici veneziani hanno accolto il ricorso e stabilito che le spese vadano rapportate all’importo indicato nella domanda giudiziaria, anche se la richiesta viene poi respinta. Per il primo grado sono stati così liquidati 37.951 euro di compensi, ai quali si aggiungono 24.064 euro per l’appello, oltre al 15% per le spese generali e agli altri oneri previsti dalla legge.
A carico di San Benedetto c’è anche il raddoppio del contributo unificato, previsto quando un’impugnazione viene respinta. La somma richiesta dall’azienda, dunque, incide sulla regolazione delle spese, ma non ha portato alla condanna per lite temeraria.
La pubblicità al centro del giudizio
Nel merito, la Corte ha escluso che gli articoli abbiano attribuito fatti inventati alla società. Il servizio criticava il messaggio di una pubblicità in cui il pane si brucia, una persona esce di casa con la sola bottiglietta e afferma: “Ascolto il mio corpo e bevo un’acqua leggera con tanti nutrienti preziosi”.
Secondo i giudici, leggere nello spot un contenuto ambiguo o diseducativo rientrava nella valutazione giornalistica del significato complessivo della campagna. La sospensione successiva della pubblicità da parte dell’azienda non equivale a un’ammissione, ma rappresenta un elemento coerente con l’esistenza di criticità comunicative percepite anche da altri soggetti.
La sentenza aggiunge che i testi pubblicati, pur usando toni decisi, non contenevano insulti né espressioni gratuitamente offensive. San Benedetto aveva inoltre collegato alla vicenda 864.219,80 euro di costi per rifare la campagna, oltre al compenso della testimonial, rimasto riservato.
Contestato anche il danno economico
Per la Corte, quelle uscite non dimostrano un rapporto diretto con gli articoli contestati. La discussione sulla pubblicità era già iniziata in rete ad agosto, mentre la modifica della campagna precedeva l’articolo pubblicato il 4 ottobre.
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Anche l’indice reputazionale prodotto dall’azienda non è stato ritenuto sufficiente: il valore risultava in calo già dal settembre 2021, un anno prima degli articoli, e la stessa relazione indicava l’influenza di diversi fattori. La richiesta complessiva di 1,5 milioni è stata quindi respinta.
La testata aveva chiesto anche l’applicazione dell’articolo 96 del codice di procedura civile, che consente di sanzionare l’uso abusivo del processo. La Corte ha però escluso mala fede, colpa grave o abuso dello strumento giudiziario: “La mera sproporzione dell’importo richiesto, pur rilevante ai fini della regolazione delle spese e della valutazione della prova del danno, non è sufficiente a fondare la sanzione processuale invocata”.
Quattro anni di procedimenti
Per San Benedetto si tratta della quarta sconfitta in quattro anni nel confronto con Il Fatto Alimentare, dopo due procedimenti d’urgenza e la decisione di primo grado. Altre due pronunce sfavorevoli erano arrivate nel procedimento parallelo contro l’account Instagram Aestetica Sovietica, che aveva commentato la stessa pubblicità.
Il Fatto Alimentare, nato nel 2010, è una testata online indipendente dedicata a etichette, sicurezza alimentare e pubblicità ingannevole. Non ha legami societari o editoriali con il Fatto Quotidiano ed è gestito da una redazione di tre persone.
La legge contro le querele bavaglio
Nel frattempo è entrato in vigore il decreto che recepisce la direttiva europea contro le azioni giudiziarie intimidatorie. La norma si applica però soltanto alle cause civili con elementi transfrontalieri e non comprende i procedimenti penali né le controversie esclusivamente italiane.
Secondo Case Italia, queste ultime rappresentano almeno nove casi su dieci. Anche la controversia tra la società con sede a Venezia e la testata di Milano rientra in questa categoria, quindi la nuova disciplina non avrebbe modificato l’esito processuale.
Durante i quattro anni di causa, Il Fatto Alimentare ha sostenuto costi legali e organizzativi rilevanti. Una raccolta fondi tra i lettori ha portato 23.656 euro. La Pira ha scritto che una richiesta da 1,5 milioni può costringere una piccola redazione ad affrontare spese difficili da sostenere anche quando, alla fine, i giudici riconoscono la correttezza del lavoro svolto.
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