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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Hormuz, tre petroliere sulle mine: una nuova miccia tra Iran e Usa

I Pasdaran denunciano gli incidenti nello Stretto mentre Qatar e Pakistan tentano di riaprire il dialogo e Israele torna a parlare di cambio di regime a Teheran.

Lo Stretto di Hormuz torna al centro della crisi tra Iran, Stati Uniti e Israele dopo l’incidente che ha coinvolto tre petroliere. Secondo i Guardiani della Rivoluzione, le navi avrebbero seguito una rotta vietata e urtato mine posizionate dalla marina iraniana: due sono rimaste bloccate dopo aver preso fuoco, mentre una terza è esplosa trasportando due milioni di barili di greggio.

Nel frattempo, Qatar e Pakistan cercano di riaprire un canale diplomatico tra Washington e Teheran. La missione si intreccia con la crescente pressione economica americana e con le dichiarazioni di Benjamin Netanyahu, che ha indicato nel rovesciamento del regime iraniano il principale obiettivo di Israele.

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Tre navi coinvolte nell’incidente

I Pasdaran sostengono che due petroliere abbiano ignorato le disposizioni sulla navigazione nella parte meridionale dello Stretto. Dopo l’impatto con gli ordigni, entrambe avrebbero preso fuoco senza riuscire a proseguire il viaggio.

Successivamente, la televisione di Stato iraniana ha riferito di una terza imbarcazione esplosa dopo avere colpito una mina. La petroliera, secondo la ricostruzione diffusa da Teheran, trasportava circa due milioni di barili di greggio e aveva spento tutti i dispositivi radar e i sistemi di navigazione. Le autorità iraniane hanno collegato l’accaduto a una rotta considerata illegale, ma non sono stati forniti ulteriori dettagli sulle navi o sulle eventuali vittime.


La mediazione cerca uno spiraglio

Il capo dell’Esercito pakistano, Asim Munir, è arrivato a Teheran mentre Doha e Islamabad lavorano a una proposta per ridurre lo scontro. Fonti vicine alla mediazione riferiscono che il piano tiene conto delle richieste sia americane sia iraniane, avrebbe il sostegno degli Stati Uniti e avrebbe ricevuto una prima valutazione favorevole da parte iraniana.

L’obiettivo sarebbe evitare un nuovo peggioramento della crisi e creare le condizioni per il ritorno ai negoziati. La versione arrivata da ambienti vicini alle autorità di Teheran è però più prudente: l’Iran avrebbe giudicato poco probabile un risultato concreto dell’iniziativa di Qatar e Pakistan e starebbe considerando altri possibili canali diplomatici.

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Washington punta sulla pressione economica

Il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha sostenuto che le sanzioni e l’isolamento finanziario stanno portando l’economia iraniana verso una fase estremamente critica. A suo dire, la campagna americana denominata “Economic Outcast” starebbe alimentando un clima di allarme tra le autorità della Repubblica islamica.

“Stiamo osservando un’inflazione superiore al 100%”, ha dichiarato Bessent, aggiungendo che la contrazione dell’economia potrebbe raggiungere una percentuale a doppia cifra. Il segretario ha spiegato che l’operazione è entrata nell’ottava settimana e che il deterioramento potrebbe accelerare nelle prossime quattro oppure otto settimane, con effetti non lineari.


Netanyahu insiste sul cambio di regime

Benjamin Netanyahu ha riferito di avere parlato più volte con Donald Trump della necessità di rovesciare il potere iraniano. Il premier israeliano ha definito questa prospettiva la priorità di Israele, sostenendo che un regime ancora in piedi, anche se indebolito, potrebbe tentare di ricostruire il proprio programma nucleare e la rete di alleanze regionali.

“L’unico modo per impedirlo è rovesciare il regime”, ha detto Netanyahu, collegando il possibile cambio di potere anche alla successiva eliminazione di Hezbollah. Le sue parole arrivano mentre i tentativi di mediazione proseguono e la situazione nello Stretto di Hormuz aggiunge un nuovo elemento di rischio al confronto.

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