Hormuz sotto pressione: sette petroliere danneggiate e nuovi raid in vista
Lo Stretto registra il bilancio più grave dall’inizio della guerra, mentre Washington e Tel Aviv valutano un’altra offensiva contro l’Iran.
Sette petroliere danneggiate in un solo giorno riaccendono l’allarme nello Stretto di Hormuz, snodo decisivo per il trasporto mondiale del petrolio. L’episodio arriva mentre Stati Uniti e Israele valutano la possibilità di tornare a colpire l’Iran e Teheran minaccia una risposta estesa anche contro infrastrutture civili nei Paesi del Golfo.
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Hormuz diventa il fronte più esposto
Quattro navi cariche di greggio avrebbero preso fuoco durante la notte dopo essere state colpite, mentre altre tre sono rimaste bloccate in seguito all’impatto con mine. Il bilancio, diffuso giovedì dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, è il più pesante registrato in una sola giornata nello Stretto dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio.
Washington ha respinto la ricostruzione iraniana, definendola un tentativo di alimentare la corsa al rialzo del prezzo del petrolio in vista delle elezioni americane. Le autorità iraniane, invece, sostengono che gli incidenti rientrino nel quadro dello scontro in corso tra la Repubblica islamica, gli Stati Uniti e Israele.
Teheran minaccia obiettivi civili
In caso di una nuova campagna aerea, l’Iran ha fatto sapere di essere pronto a colpire non soltanto le basi e le navi militari statunitensi presenti nella regione. Nel mirino potrebbero finire anche aeroporti, oleodotti e altre strutture civili situate nei Paesi affacciati sul Golfo Persico.
Gli avvertimenti sono stati trasmessi sia attraverso dichiarazioni pubbliche sia tramite contatti diplomatici riservati. La minaccia poggia sulla disponibilità iraniana di missili e droni, sistemi che Teheran potrebbe utilizzare contro obiettivi militari ed economici nell’area.
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Nuovi attacchi ancora incerti
Secondo ricostruzioni basate su funzionari statunitensi e persone informate sui piani, Washington e Tel Aviv avrebbero predisposto una possibile ripresa delle operazioni dopo le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, fissate per il 3 novembre. I preparativi comprenderebbero anche attività di addestramento aereo nella regione.
L’eventuale offensiva potrebbe protrarsi per alcuni giorni e colpire installazioni militari, sistemi missilistici, infrastrutture energetiche e strutture collegate al programma nucleare iraniano. Non risulta però ancora adottata una decisione definitiva sull’avvio dell’operazione.
Parlando con i giornalisti alla Casa Bianca, Donald Trump ha lasciato intendere che gli Stati Uniti potrebbero tornare all’azione: «Li abbiamo colpiti duramente, e potremmo farlo ancora un po'». La dichiarazione mantiene alta la pressione su Teheran, ma non chiarisce se e quando partirà una nuova offensiva.
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