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Attualità 3 min di lettura1 ora fa

Halloween, il legame con i riti funebri napoletani

Riti greci, devozione per le anime e usanze popolari campane precedono di secoli la versione commerciale americana.

La festa di Halloween ha radici che, secondo questa ricostruzione storica, affondano nei riti dell’antica Campania. La tradizione napoletana avrebbe conservato per quasi 3.000 anni pratiche legate al rapporto tra vivi e defunti.

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Le origini nei Campi Flegrei

Nell’VIII secolo avanti Cristo, con l’arrivo dei coloni euboici e la formazione della Magna Grecia, i Campi Flegrei furono associati al confine con il mondo degli Inferi. Il lago d’Averno e Cuma divennero luoghi collegati alla necromanzia e alle divinità della terra.

In quell’epoca si affermò la panspermia, un’offerta composta da grano cotto, melograno, legumi e frutta secca, preparata durante le Antesterie. Il grano e i semi del frutto rosso rappresentavano il seme che muore sotto terra e poi torna a germogliare: un simbolismo considerato alla base dei campani cicci muorti.

Durante il periodo romano, il rapporto con i morti entrò anche nell’organizzazione civile del tempo attraverso il rito del Mundus Patet. Dopo la fine dell’Impero e la diffusione del cristianesimo, quelle consuetudini si intrecciarono con credenze locali e tradizioni germaniche, contribuendo alla nascita delle leggende sulle janare, le streghe delle campagne campane.


Il culto delle anime a Napoli

Nel XII secolo, durante la dominazione normanna, nelle abitazioni meridionali si consolidò l’abitudine di lasciare cibo e bevande sulla tavola nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre. Pane, vino e acqua erano destinati alle anime dei familiari defunti, ritenute di passaggio durante quelle ore.

Un passaggio decisivo arrivò con l’epidemia di peste del 1656, che a Napoli provocò oltre 250.000 morti, circa la metà degli abitanti della città. Le salme furono ammassate anche nelle cavità di tufo del Cimitero delle Fontanelle, nel rione Sanità, e da quella tragedia nacque una particolare forma di devozione.

I napoletani presero in custodia i teschi senza nome, chiamati capuzzelle, li ripulirono, li sistemarono su panni ricamati e rivolsero loro preghiere. In cambio chiedevano protezione e intercessione, dando forma al culto delle anime pezzentelle.

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Le questue e le zucche illuminate

Da questa pratica si sviluppò anche una questua infantile nei vicoli della città. Gli scugnizzi raccoglievano offerte per i cicci muorti usando le cascettelle, piccoli contenitori di legno o metallo dotati di una fessura e sormontati da una candela.

Il denaro serviva a comprare l’olio per le lampade votive collocate presso gli ossari e lungo le strade. L’usanza fu raccontata da Matilde Serao nelle cronache del 1881 e comparve poi nella commedia Filumena Marturano di Eduardo De Filippo, rappresentata nel 1946.

Anche le zucche illuminate avevano precedenti campani. Tra Settecento e Ottocento, nelle aree interne della regione, tra Afragola, Marigliano e l’Irpinia, i contadini svuotavano le cocozze e vi collocavano un lumino. Le utilizzavano per indicare il cammino alle anime e tenere lontane le presenze ritenute ostili.


La trasformazione americana

Negli Stati Uniti, le celebrazioni dedicate ai defunti furono a lungo contrastate dall’ambiente puritano e protestante. La formula dolcetto o scherzetto comparve sulla stampa soltanto nel 1927, in un quotidiano dell’Alberta.

La trasformazione di Halloween in ricorrenza commerciale internazionale si completò nel Novecento, soprattutto dopo il film Halloween diretto da John Carpenter nel 1978. La diffusione attraverso Hollywood contribuì a unire elementi del folclore gaelico e tradizioni già presenti, secondo questa ricostruzione, nella cultura popolare napoletana.

Per questo, le zucche accese e le caramelle distribuite ai bambini il 31 ottobre vengono presentate come una rielaborazione recente di riti molto più antichi, legati alla memoria dei morti e alla continuità tra il mondo dei vivi e quello dei defunti.

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