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Attualità 4 min di lettura52 min fa

Giovani in piazza, il patto sociale non regge più

Le proteste coinvolgono anche minorenni: tra disagio economico, scuola e risposte penali, cresce la distanza dalle istituzioni.

Le manifestazioni delle ultime settimane hanno portato in piazza anche adolescenti e preadolescenti. In risposta ai disordini, il decreto legge 22 ottobre 2026, n. 190 ha introdotto un nuovo reato, previsto la presunta imputabilità tra 14 e 18 anni e disposto l’invio di 500 militari a Milano.

Il caso più emblematico riguarda un ragazzo di 11 anni, identificato dopo i saccheggi del 17 e 18 ottobre nel capoluogo lombardo. Frequenta una scuola media della Barona. La sua età ha alimentato commenti politici e mediatici, spesso affidati ad adulti che parlano dei giovani senza conoscerne davvero le condizioni.

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Una generazione senza garanzie

A Parigi la protesta riguarda scuole degradate e accesso all’università; a Madrid e Lisbona pesa il costo degli affitti. In Italia il malessere si lega al carovita, alla precarietà e alle difficoltà del sistema scolastico. Le richieste cambiano da Paese a Paese, ma la presenza di ragazzi molto giovani è un elemento comune.

Chi li ha ascoltati descrive una condizione segnata da salari insufficienti, lavori poco gratificanti e prospettive incerte sul piano professionale, abitativo e previdenziale. La promessa secondo cui studio e impegno avrebbero garantito una posizione sociale almeno simile a quella dei genitori non appare più credibile.

Il problema è il risultato di decisioni accumulate nel tempo. Il debito pubblico è aumentato senza un’attenzione adeguata alla qualità della vita delle generazioni chiamate a ripagarlo; la spesa per pensioni e sanità è destinata a salire, mentre diminuiscono le risorse per istruzione e sostegno alla genitorialità.

Anche la tutela dei giovani lavoratori rimane debole. E il principio per cui la protezione dell’ambiente deve considerare gli interessi delle generazioni future, inserito nell’articolo 9 della Costituzione nel 2022, trova ancora un’applicazione limitata. Chi oggi è troppo giovane per votare subirà domani le conseguenze di molte scelte prese dagli adulti.


La risposta penale

La violenza non può essere giustificata: chi danneggia vetrine o saccheggia negozi deve rispondere delle proprie azioni. Tuttavia, se l’unica reazione dello Stato è l’inasprimento penale, il risultato è la rinuncia a comprendere le cause del disagio.

Il decreto modifica inoltre l’impostazione del processo minorile, costruita sull’accertamento individuale della maturità e su strumenti come la messa alla prova e il recupero. Attribuire in via presunta la capacità di intendere e volere tra i 14 e i 18 anni rischia di comprimere quella valutazione caso per caso.

L’invio di 500 militari a Milano appartiene alla stessa logica. Quando si verificano reati, l’intervento repressivo è necessario; dovrebbe però arrivare dopo gli strumenti educativi e sociali, non sostituirli in partenza. Mandare soldati sul territorio invece di rafforzare educatori, assistenti sociali e presìdi culturali segnala una difficoltà istituzionale, non la risolve.


Scuola, famiglia e territorio

Ogni volta che nella cronaca compaiono minorenni, la scuola viene indicata come principale responsabile. La dimensione educativa conta, ma non può essere affidata a un solo soggetto. Servono la collaborazione tra istituti scolastici, famiglie, servizi pubblici, associazioni e realtà territoriali.

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Gli strumenti esistono già e vengono utilizzati quotidianamente, spesso lontano dall’attenzione pubblica. Le capacità d’intervento non sono uguali ovunque, perché dipendono dalle persone e dalle risorse disponibili; proprio per questo i diversi attori devono sostenersi e comunicare con continuità.

La vicenda del ragazzo della Barona lo dimostra. La scuola aveva predisposto un percorso personalizzato, segnalato le difficoltà e chiesto il coinvolgimento dei servizi sociali. Quando gli insegnanti lo hanno riconosciuto nei filmati dei saccheggi, hanno reagito con dolore e impotenza.

Da questo episodio emergono due elementi. Le scuole sono spesso composte da persone che intervengono prima che un caso diventi pubblico; allo stesso tempo, anche un lavoro attento e costante può non essere sufficiente se gli altri nodi della rete non funzionano.


Responsabilità e diritto di voto

Il decreto mette in luce una contraddizione: allo Stato un quattordicenne può apparire abbastanza maturo per essere ritenuto responsabile penalmente, ma non abbastanza adulto per partecipare alla scelta dei legislatori. Gli si chiedono responsabilità e rispetto delle regole senza riconoscergli una quota di potere politico.

La discussione dovrebbe quindi riguardare anche l’articolo 48 della Costituzione e il requisito della maggiore età per votare. Dare rappresentanza ai più giovani renderebbe più costoso ignorarne gli interessi e offrirebbe loro un canale istituzionale per farsi ascoltare.

La responsabilità, inoltre, non si trasmette soltanto attraverso una norma penale. Si apprende esercitandola, partecipando alle decisioni e verificando gli effetti delle proprie scelte. La rappresentanza politica potrebbe ridurre la sensazione che la protesta distruttiva sia l’unico strumento disponibile.


Il compito degli adulti

Agli adulti spetta chiedersi se siano capaci di svolgere il proprio ruolo senza limitarsi a giudicare. Significa far funzionare la rete tra scuola, famiglia e territorio, assicurando che ciascun elemento possa intervenire quando un altro si trova in difficoltà.

Significa anche condividere una parte del potere con chi erediterà le conseguenze delle decisioni odierne. Altrimenti, alla prossima protesta, si tornerà a cercare un colpevole nella scuola o nelle famiglie e a rispondere con un nuovo reato. I ragazzi riceveranno ancora una volta il messaggio che l’attenzione degli adulti arriva soltanto quando diventano una notizia.

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