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Attualità 3 min di lettura14 ott

Gasolio russo e Ucraina: il prezzo politico chiesto da Trump

La crisi dei carburanti nasce dall’intreccio tra il blocco dello Stretto di Hormuz, il calo del gas russo e gli attacchi ucraini alle raffinerie di Mosca.

Un gasolio meno costoso non sarebbe un vero affare se il prezzo da pagare fosse la resa dell’Ucraina. È questo il nodo politico della crisi energetica: Donald Trump chiede carburanti a basso costo, ma addossa a Kyjiv parte delle conseguenze di una guerra che gli Stati Uniti hanno contribuito ad aprire contro l’Iran.

L’Europa, già segnata dalla dipendenza energetica da Vladimir Putin, rischia così di trasformare l’emergenza dei prezzi in una concessione strategica a Mosca. Vietare all’Ucraina di colpire le raffinerie russe significherebbe permettere all’aggressore di rendere economicamente insostenibile la difesa del Paese invaso.

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Il conto del gasolio ha un prezzo politico

Trump ha sostenuto sul proprio social network che l’Unione europea avrebbe versato alla Russia 250 miliardi di dollari per l’energia. Il dato è stato utilizzato per difendere l’intesa sul gasolio russo e si è inserito nelle accuse di ipocrisia rivolte agli europei anche dal ministro del Tesoro Scott Bessent.

Quella somma, però, non risulta verificata. Mosca indica oltre 320 miliardi di dollari di forniture ai Paesi europei dal 2022, ma il conteggio copre quattro anni, comprende soprattutto il 2022 e il 2023 e non coincide interamente con gli acquisti dell’Unione. Nel 2026 i volumi sono molto più contenuti, sebbene il gas naturale liquefatto russo abbia raggiunto quasi 8 miliardi di euro nei primi nove mesi.


L’Europa è ancora legata a Mosca

Gli acquisti europei non sono scomparsi: gas e gas naturale liquefatto sono rimasti fuori dalle sanzioni e le norme prevedono l’interruzione definitiva dei flussi soltanto nel 2027. È una scelta che può essere criticata, ma non offre a Trump una giustificazione per riaprire contemporaneamente la porta alle forniture di gasolio russo.

Dopo l’invasione, l’Europa ha cercato nuovi venditori e ha incrementato gli arrivi via nave. Questa strategia ha ridotto il peso di Mosca, ma ha esposto il continente alla concorrenza dei compratori asiatici e alle difficoltà delle rotte marittime. Il sistema energetico europeo era dunque già cambiato quando è arrivato il nuovo shock mediorientale.


Due crisi energetiche si sovrappongono

La prima frattura risale all’aggressione russa del 2022. Putin aveva iniziato a ridurre le forniture già nei mesi precedenti: nell’ultimo trimestre del 2021, le consegne via gasdotto verso l’Europa risultavano inferiori di circa un quarto rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Nel 2022, le esportazioni verso l’Europa appartenente all’area Ocse si erano poi dimezzate.

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Attribuire ogni difficoltà alle sanzioni europee significa ignorare l’impiego del gas come strumento di pressione da parte del Cremlino. La seconda crisi è invece legata alla guerra americano-israeliana contro l’Iran nel 2026, che ha colpito un mercato già indebolito e dipendente dai trasporti marittimi.


Hormuz è il centro dell’emergenza

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, il conflitto ha prodotto la più grave interruzione dell’offerta mai registrata nel mercato petrolifero mondiale. Dallo Stretto di Hormuz transitava circa un quinto degli scambi globali di gas naturale liquefatto, mentre nella regione quasi 3 milioni di barili al giorno di capacità di raffinazione sono stati bloccati dagli attacchi o dall’impossibilità di esportare.

Le responsabilità del regime iraniano restano evidenti per gli attacchi contro la navigazione e le infrastrutture. Ma anche chi ha deciso di aprire il conflitto deve rispondere delle conseguenze che non è riuscito a controllare: Trump non può rivendicare la guida dell’operazione e attribuire ad altri l’intero disastro.


Gli attacchi ucraini non spiegano tutto

Le incursioni ucraine contro le raffinerie russe incidono sulla disponibilità di carburanti. Lo riconosce la stessa Agenzia internazionale dell’energia, e negarlo finirebbe per alimentare la narrazione dell’avversario. Tuttavia, il contributo a una scarsità di mercato non equivale automaticamente alla responsabilità politica della crisi.

Kyjiv colpisce la capacità produttiva russa per indebolire la macchina militare del Paese che l’ha aggredita. Se ogni effetto internazionale della resistenza diventasse un motivo per limitarla, all’invasore basterebbe rendere costosa la difesa dell’aggredito. L’Europa, dopo aver pagato la dipendenza da Putin, non dovrebbe accettare di pagare anche le conseguenze delle decisioni di Trump con il disarmo dell’Ucraina.

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