Franchising, il boom da 39 miliardi sfida la crisi italiana
Nel 2025 il settore ha aumentato ricavi, occupazione e punti vendita, mentre imprese e famiglie affrontano salari fermi, inflazione e costi energetici elevati.
Mentre gli stipendi restano sostanzialmente immobili e le bollette continuano a pesare sui bilanci, il franchising ha imboccato una traiettoria opposta. Nel 2025 il comparto ha raggiunto un giro d’affari di 39 miliardi di euro, pari all’1,7% del Pil italiano, con una crescita dell’8% rispetto all’anno precedente. Il dato riapre una domanda: perché questa formula imprenditoriale non viene ancora percepita da molti italiani come una possibile risposta alle difficoltà economiche?
Una crescita che resiste alla frenata
Secondo le rilevazioni di Assofranchising, nell’ultimo anno gli occupati del settore sono aumentati del 12%. Anche la rete commerciale ha continuato ad allargarsi: nel 2024 i punti vendita affiliati erano 67.275, il 2,2% in più rispetto ai dodici mesi precedenti. Numeri che descrivono un’espansione progressiva, non un fenomeno legato soltanto a una fase speculativa.
Enrico Tosco, fondatore e amministratore delegato di Reting Srl e content partner del Salone del Franchising Milano 2026, considera il modello una possibile risposta alle fragilità strutturali dell’economia nazionale. «In un contesto nazionale dove abbiamo costi dell’energia alle stelle, stipendi bloccati e produttività ai minimi termini, è qui che si inserisce il franchising», ha spiegato, sottolineando la necessità di far conoscere meglio il funzionamento del settore.
Accordi e produttività al centro
Uno dei vantaggi indicati dagli operatori riguarda la possibilità di negoziare condizioni comuni su materie prime, servizi e strumenti digitali. Grazie ai volumi aggregati, secondo Tosco, le reti possono contenere i costi e mantenere prezzi più stabili, mentre un’attività indipendente rischia di subire maggiormente gli aumenti senza poterli trasferire interamente ai clienti.
Il meccanismo, nella sua lettura, può incidere anche sull’organizzazione del lavoro: meno personale, ma con una gestione più efficiente e retribuzioni potenzialmente più regolari. La prospettiva riguarda soprattutto ristorazione, commercio, turismo e servizi alla persona, comparti che nel loro insieme valgono quasi il 20% del Pil italiano e che tradizionalmente presentano livelli di valore aggiunto più contenuti.
Dai negozi vuoti ai nuovi imprenditori
La diffusione delle reti viene collegata anche alla trasformazione dei centri urbani. Negozi storici, botteghe di quartiere e piccoli esercizi devono confrontarsi con affitti e costi fissi, concorrenza del commercio elettronico e consumi meno prevedibili. Per Tosco, le organizzazioni più strutturate possono contribuire a riempire parte degli spazi lasciati liberi, proprio grazie alla maggiore forza contrattuale.
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Il franchising attira inoltre una fascia crescente di giovani. Per chi teme sia il lavoro dipendente sia l’avvio di un’impresa completamente autonoma, l’affiliazione viene presentata come una soluzione intermedia, con procedure già sperimentate e un supporto operativo. «Fare impresa fa paura. Farlo col franchising è come avere una business school e un mentore allo stesso tempo», ha detto Tosco, ricordando però che oltre la metà delle nuove imprese chiude entro i primi cinque anni.
Il Salone punta sulla formazione
La discussione sul futuro del comparto è stata al centro del Salone del Franchising Milano, svolto dall’1 al 3 ottobre 2026. In questa edizione Reting ha assunto per la prima volta il ruolo di partner per i contenuti, con l’obiettivo di trasformare l’appuntamento in un’occasione più orientata alla formazione e non soltanto al confronto tra gli operatori già affermati.
Durante la giornata inaugurale sono stati presentati i risultati di due ricerche: una condotta su circa 2.000 imprenditori affiliati e una dedicata alla presenza femminile nel franchising. Tosco ha inoltre richiamato gli operatori alla responsabilità di tutelare la solidità del sistema, evitando che la parola franchising venga utilizzata per promuovere proposte prive di basi economiche.
Il settore, dunque, cresce in un Paese segnato da inflazione, salari fermi e difficoltà occupazionali. Non viene indicato come una soluzione automatica, ma come un percorso che richiede informazione, formazione e una valutazione attenta della qualità delle reti. La sfida, prima ancora che finanziaria, riguarda la capacità di comprendere davvero rischi e opportunità del modello.
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