664notizie oggi Scopri i vantaggi
Attualità 2 min di lettura1 ora fa

Ex Ilva, 8.622 dipendenti verso la cassa integrazione

La continuità produttiva resta incerta, mentre vendita, forno elettrico e ammortizzatori attendono decisioni entro l’8 novembre

La richiesta di cassa integrazione riguarda 8.622 dipendenti di Acciaierie d’Italia, circa il 90% dell’organico. La misura arriva dopo la conferma dello stop alle attività dell’area a caldo dell’ex Ilva deciso dalla Corte di Cassazione per ragioni ambientali e sanitarie.

Offerta del giorno31 ottobre

Rowenta

-20% sulle aspirapolveri da Rowenta

Scade tra 61 giorni
********


Lavoro ridotto negli stabilimenti

Il piano predisposto per affrontare i prossimi mesi prevede periodi di attività limitati a Taranto e Genova, sostenuti da alcune commesse e dall’acciaio acquistato sul mercato. Gli impianti di Novi e Racconigi, invece, dovrebbero restare inattivi fino alla primavera.

La chiusura generale è prevista dal 19 dicembre al 10 gennaio. Per i 9.626 dipendenti complessivi, compresi i quadri, l’ipotesi di una cessione senza nuovi forni elettrici porterebbe a impiegare poco più di 2.000 persone. Resterebbero quindi almeno 6.000 esuberi diretti, secondo le stime sindacali.

Il conto si allargherebbe alle aziende collegate: servizi, trasporti, logistica, edilizia e multiservizi potrebbero perdere almeno 5.000 addetti soltanto a Taranto. Nel complesso, tra ricollocamenti e pensionamenti anticipati, il numero dei lavoratori coinvolti arriverebbe a circa 11mila, con conseguenze stimate su 27.500 persone considerando una media familiare di 2,5 componenti nella provincia ionica.


La vendita resta senza offerte

L’8 novembre è il termine fissato per la presentazione delle eventuali proposte vincolanti. Per ora risultano due manifestazioni d’interesse: quella della società indiana Jindal e quella della cordata riunita da Federacciai. Nessuna delle due, tuttavia, ha ancora depositato un’offerta definitiva.

L’eventuale acquirente dovrebbe inoltre restituire allo Stato 340 milioni di euro, prestito concesso durante i due anni di amministrazione straordinaria per mantenere in vita Acciaierie d’Italia. La ripartenza della struttura ridotta alla sola laminazione richiederebbe poi l’acquisto dell’acciaio da altri produttori.

Chiedi a Readoo3 / 3 oggi

Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.

Readoo usa l’AI per rispondere velocemente alle tue domande.

Tra gli acciaieri italiani sarebbero emersi dubbi sulla sostenibilità economica dell’operazione. Riattivare i siti di Taranto, Genova, Novi e Racconigi comporterebbe costi elevati, con margini ritenuti modesti almeno nei primi due anni. Il futuro piano industriale dovrà chiarire anche se sarà costruito un forno elettrico, così da consentire alla fabbrica di produrre acciaio senza dipendere interamente dai prezzi esterni.


Aiuti pubblici e indotto

Il governo valuta prepensionamenti, incentivi alle nuove assunzioni e il riconoscimento del lavoro usurante. Per sostenere il reddito sono già stati stanziati 187 milioni di euro destinati agli ammortizzatori sociali, che dovrebbero accompagnare i dipendenti fino all’estate in attesa dei tempi della cessione.

Dall’inizio della crisi, la vicenda ha richiesto risorse pubbliche comprese tra 3,6 e 4 miliardi di euro. La nuova fase aggiungerà altri costi, mentre la produzione della laminazione resterà irregolare e difficile da prevedere.

Restano dubbi anche sull’accesso alla cassa integrazione per le imprese dell’indotto. La copertura è riservata alle società che hanno ottenuto almeno il 50% del fatturato da Acciaierie d’Italia negli ultimi due anni.

La soglia potrebbe escludere i 470 lavoratori di Pellegrini impiegati nella mensa e nelle pulizie dello stabilimento tarantino. L’azienda, presente con sedi in varie regioni, non raggiungerebbe infatti quel livello di dipendenza economica dal contratto con l’acciaieria, lasciando i dipendenti esposti al rischio di licenziamento.

Ti è piaciuto? Condividilo

Continua a leggere