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Attualità 4 min di lettura19 ore fa

Europa sotto pressione: la soglia che può trasformare la guerra ibrida

Droni, sabotaggi e disinformazione mettono alla prova la capacità europea di reagire senza sacrificare i principi democratici.

Un Consiglio di sicurezza europeo avrebbe un’utilità concreta soltanto se fosse in grado di assumere decisioni e produrre effetti. È questa la condizione indicata da Beniamino Irdi, secondo cui un nuovo organismo comunitario rischierebbe altrimenti di ridursi a un ulteriore tavolo di confronto.

Irdi, nonresident senior fellow del German Marshall Fund e fondatore e ceo di HighGround, interviene sul tema delle minacce rivolte all’Europa e della risposta occidentale. La sua società organizza il 6 novembre alla Luiss di Roma gli “HG Dialogues”, dedicati alla sicurezza nazionale e ai rapporti tra istituzioni e imprese.


La sicurezza mette alla prova le democrazie

Secondo l’analista, le democrazie liberali non devono rinunciare ai propri fondamenti, ma possono essere costrette a rivedere il modo in cui bilanciano alcuni interessi durante una fase di emergenza. Segretezza, attività di intelligence e capacità decisionale non possono infatti funzionare sempre con lo stesso livello di pubblicità richiesto alle amministrazioni ordinarie.

Il problema riguarda anche i vincoli che rendono più lenta la reazione. Le garanzie dello Stato di diritto complicano eventuali interventi sugli asset russi bloccati, mentre il rapporto diretto con gli elettori rende politicamente costose le scelte energetiche capaci di far crescere i prezzi. Gli stessi principi che rappresentano una forza possono quindi diventare punti esposti alle pressioni esterne.


Un Consiglio europeo con poteri reali

L’ipotesi di un Consiglio di sicurezza europeo, rilanciata da Ursula von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre, affronta il nodo della sovranità nazionale. Proprio quando si parla di sicurezza, osserva Irdi, gli Stati membri sono particolarmente restii a trasferire competenze a un livello comune.

Per essere efficace, però, il nuovo organismo dovrebbe disporre di una reale capacità d’intervento. Se si limitasse a ospitare discussioni senza conseguenze operative, la sua istituzione non risolverebbe il principale problema politico dell’Unione.


Droni e sabotaggi alzano la tensione

Il quadro europeo è diventato più inquieto dopo una serie di episodi attribuiti o ricondotti alla pressione russa. A settembre la Germania ha indicato Mosca come responsabile del tentato attacco con droni esplosivi all’aeroporto di Lipsia/Halle; in seguito, nel Baltico, una fregata russa ha lanciato razzi di segnalazione verso un elicottero militare danese. Un velivolo senza pilota carico di esplosivo è stato inoltre abbattuto sopra la Lituania.

Nel frattempo Bruxelles ha continuato a introdurre misure contro le cosiddette “attività ibride” russe: tra queste figurano operazioni di sabotaggio, azioni informatiche, manipolazione dell’informazione e iniziative mirate a indebolire le istituzioni democratiche. Nel suo intervento, von der Leyen ha sostenuto che le minacce rivolte all’Europa siano “sempre meno ibride e sempre meno minacce”, chiedendo una strategia comune, un protocollo d’emergenza complementare all’articolo 4 della Nato e un futuro Consiglio di sicurezza europeo.

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Perché la soglia resta politica

Irdi ritiene che negli ultimi mesi la pressione russa abbia assunto forme più frequenti, concrete e riconoscibili. L’impiego di droni, esplosivi e sabotaggi sarebbe aumentato anche perché Mosca avrebbe giudicato poco incisive le reazioni occidentali alle precedenti campagne di cyberattacchi e disinformazione.

A suo giudizio, inoltre, il Cremlino mostra una minore attenzione alla possibilità di negare il proprio coinvolgimento. La natura degli episodi più recenti, difficilmente riconducibili a gruppi non statali, suggerisce una comunicazione più diretta: l’obiettivo sarebbe far percepire con chiarezza l’origine della minaccia.


Paura e deterrenza sono il vero bersaglio

Per Irdi, definire questi episodi semplicemente “guerra” non risolve la questione decisiva. Le campagne ibride funzionano perché ogni singola azione resta, almeno in apparenza, al di sotto del livello che spingerebbe lo Stato colpito a una risposta incisiva; quel limite, però, non è stabilito da criteri tecnici, bensì da valutazioni politiche.

La Russia avrebbe innalzato gradualmente quella soglia, sfruttando la difficoltà delle democrazie nel mobilitare consenso contro pericoli progressivi. La paura generata dai droni può produrre effetti anche quando l’attacco non causa danni materiali: se aumenta divisioni, sfiducia e senso d’impotenza, colpisce la stabilità democratica, la credibilità delle istituzioni e la capacità di deterrenza.


Quali costi per Mosca

Una risposta europea comune dovrebbe stabilire conseguenze riconoscibili e prevedibili per ogni aggressione, con un prezzo superiore al vantaggio atteso dall’attaccante. Irdi considera ancora utilizzabili diversi strumenti, a cominciare dall’energia, anche se una riduzione ulteriore dei rapporti con la Russia comporterebbe sacrifici per gli stessi Paesi europei.

Tra le opzioni rimangono gli asset russi congelati, sui quali pesano però obiezioni giuridiche e politiche, e il sostegno convenzionale all’Ucraina attraverso armi, intelligence e assistenza. La cautela occidentale degli ultimi anni, spiega l’analista, è stata condizionata in larga misura dal timore che un aiuto militare più rapido potesse favorire un’escalation.

La confisca delle riserve russe rappresenterebbe un precedente delicato, ma Irdi non ritiene inevitabile che gli altri Stati ritirino automaticamente i propri capitali. La situazione, osserva, non sarebbe paragonabile a quella di Paesi che non hanno invaso uno Stato sovrano né condotto per quattro anni e mezzo una guerra tradizionale e ibrida.

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