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Attualità 4 min di lettura48 min fa

Europa, l’affondo di Zhang: «Gli Stati Uniti oggi sono un problema

Il politologo cinese difende l’autonomia europea, critica Bruxelles e giudica irrazionale prepararsi a una guerra con Mosca entro la fine del decennio.

Secondo Zhang Weiwei, l’Europa dovrebbe smettere di inseguire il consenso di Washington e tutelare con maggiore decisione i propri interessi. Il professore cinese considera gli Stati Uniti «un problema» per il continente e sostiene che Bruxelles abbia progressivamente ridotto la propria autonomia strategica.


Zhang chiede un’Europa più indipendente

Nella sua lettura, Cina, Russia, Stati Uniti e Unione europea perseguono obiettivi differenti. Per questo, afferma, non sarebbe comprensibile che l’Europa cercasse di ottenere il favore di Donald Trump o di allinearsi automaticamente alle posizioni americane. Anche Emmanuel Macron, ricorda Zhang, ha evocato il rischio che il continente finisca in una posizione subordinata rispetto a Washington.

Il docente attribuisce a Trump una preferenza per i Paesi e i dirigenti che considera forti, citando Vladimir Putin e la leadership cinese. Pechino, aggiunge, ha sostenuto a lungo l’integrazione del continente e una maggiore indipendenza europea, mentre oggi sarebbe proprio l’Europa ad aver ceduto parte della propria capacità di scelta.

Il tema dell’autonomia si intreccia con quello della sicurezza. Zhang considera l’espansione della Nato una delle principali cause della guerra in Ucraina e definisce «irrazionale» l’ipotesi, avanzata in alcuni Stati europei, di prepararsi a un possibile conflitto con la Russia entro la fine del decennio.


La Cina come Stato-civiltà

Il professore respinge l’idea che il modello cinese debba essere valutato soltanto attraverso categorie politiche nate in Europa. La Cina, spiega, sarebbe il risultato della fusione tra un grande apparato statale moderno e una civiltà rimasta politicamente continua per millenni.

Zhang collega questa impostazione alla prima unificazione cinese, avvenuta nel 221 avanti Cristo, e alla lunga tradizione di selezione dei funzionari pubblici. Gli esami imperiali, introdotti circa 1.500 anni fa, avrebbero rappresentato una delle radici storiche dell’attuale centralità attribuita all’esperienza amministrativa.

A suo giudizio, molti dirigenti cinesi arrivano ai vertici dopo aver governato province con decine di milioni di abitanti, talvolta più di cento milioni. Da questa esperienza deriverebbe, secondo Zhang, una classe dirigente «tra le più competenti al mondo», mentre la leadership dell’Unione europea sarebbe molto più debole.

Questa interpretazione è al centro della sua critica ai criteri occidentali. Multipartitismo, alternanza elettorale e democrazia liberale, sostiene, non possono essere utilizzati come parametri universali per stabilire la legittimità o l’efficacia di ogni sistema politico.


Le previsioni rivendicate da Zhang

Il politologo torna anche al confronto del 2011 con Francis Fukuyama, autore de La fine della storia. In quell’occasione le due visioni della modernizzazione erano apparse inconciliabili: da una parte la fiducia nelle istituzioni liberaldemocratiche, dall’altra la tesi secondo cui la crescita cinese dimostrasse l’esistenza di percorsi alternativi.

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A distanza di quindici anni, Zhang rivendica alcune delle previsioni formulate allora. Ricorda di aver messo in guardia dall’entusiasmo per le Primavere arabe, pronosticando una fase successiva più instabile, e di aver sostenuto che anche gli Stati Uniti avessero bisogno di riforme profonde.

Il professore afferma inoltre di aver segnalato in anticipo il rischio che il populismo indebolisse le democrazie occidentali e conducesse alla scelta di un presidente americano persino meno popolare di George W. Bush. Zhang collega quelle valutazioni all’ascesa di Donald Trump.

Il suo giudizio resta però controverso. Il richiamo alla storia e alla specificità culturale può trasformarsi in una giustificazione dell’eccezionalismo politico, fino a rendere presentabili come semplici percorsi alternativi anche sistemi autoritari e fortemente repressivi.


Commercio, numeri e interessi comuni

Sul piano economico, Zhang riconosce che la Cina registra un forte avanzo negli scambi con l’Europa, ma invita a esaminare i dati in modo più articolato. Una parte delle esportazioni, osserva, riguarda beni prodotti in Cina da aziende europee, soprattutto automobilistiche, e successivamente venduti nel mercato europeo.

Nel bilancio complessivo andrebbero poi inclusi gli scambi di servizi, settore nel quale sarebbe l’Unione europea a vantare un saldo positivo. Anche i profitti delle imprese europee attive in Cina, secondo il docente, ridimensionerebbero la distanza apparente tra le due economie.

La posizione attribuita a Pechino è quella di evitare sia un surplus sia un deficit permanenti. Zhang invita quindi Cina ed Europa ad ampliare i benefici reciproci e considera una guerra commerciale dannosa per entrambe le parti.

L’intervista si è svolta al Centro Studi Americani, durante un incontro promosso dal Berggruen Institute con studiosi e ospiti dell’area euro-atlantica. Zhang Weiwei insegna Relazioni internazionali, dirige il China Institute della Fudan University e partecipa al programma politico This Is China di Dragon TV.

La sua notorietà, tuttavia, supera l’ambito accademico: in Cina è una figura pubblica molto conosciuta e i suoi interventi sui social hanno raccolto centinaia di milioni di visualizzazioni. Nel maggio 2021 aveva inoltre tenuto una relazione davanti al Politburo del Partito comunista presieduto da Xi Jinping, dedicata al modo in cui la Cina presenta sé stessa al mondo.

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