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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Elezioni Usa, voto già iniziato tra mappe e referendum

Camera, Senato, governatori e quesiti locali compongono una consultazione dagli esiti nazionali difficili da leggere

Le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti sono già cominciate. Il 3 novembre sarà soltanto l’ultima data utile per votare in gran parte degli Stati, dove le procedure anticipate vanno avanti da settimane.

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Una consultazione su più livelli

Il primo livello riguarda il Congresso. Sono in palio tutti i 435 seggi della Camera: ai democratici ne basterebbero quattro in più per conquistare la maggioranza. Al Senato, invece, si rinnovano 35 seggi e il Partito democratico dovrebbe recuperarne quattro per capovolgere l’attuale rapporto di 53 a 47 a favore dei repubblicani.

La partita comprende però anche 36 governatori e 88 delle 99 assemblee legislative statali. Questi organi stabiliscono regole elettorali, delimitano i collegi e partecipano alla certificazione dei risultati. Ancora più in basso si trovano referendum e incarichi locali, con quesiti destinati a riflettere questioni di portata nazionale.

In California gli elettori sono chiamati a esprimersi su un’imposta straordinaria del 5% sui patrimoni dei miliardari. Otto Stati sottopongono al voto 39 proposte sui limiti ai centri dati, mentre in Georgia si decide chi potrà autorizzare gli aumenti delle bollette elettriche. In diversi altri Stati torna inoltre il tema dell’aborto.


Le mappe restringono la contesa

Una parte dell’esito congressuale è stata condizionata prima ancora dell’apertura dei seggi. Dall’estate del 2025 gli Stati hanno modificato i confini dei collegi in una disputa senza precedenti: il Texas lo ha fatto su richiesta di Trump, la California ha risposto con un referendum e in seguito sono intervenuti anche Ohio, North Carolina e Florida.

A fine aprile, la Corte Suprema, con la sentenza Louisiana contro Callais, ha limitato in modo netto la protezione offerta dal Voting Rights Act ai collegi con maggioranza nera. Nel Sud si è così aperto un nuovo confronto sulla distribuzione dei distretti. Secondo il quadro descritto nel testo, oggi i seggi davvero contendibili sarebbero circa 50 su 435.

Questo meccanismo rende incerto il rapporto tra voti ottenuti e seggi conquistati. Anche un vantaggio dell’8% nel voto generale potrebbe quindi produrre una maggioranza ridotta o non tradursi in una vittoria. In Texas, per esempio, il distretto di Vicente Gonzalez è stato reso più favorevole ai repubblicani dalla nuova mappa, ma le previsioni indicano comunque un possibile successo democratico.

Il voto degli elettori ispanici, che nel 2024 si era spostato verso Trump, starebbe infatti tornando verso i democratici, anche per il disappunto legato alla sua seconda amministrazione.


La direzione del Partito democratico

La domanda politica non riguarda soltanto l’eventuale arretramento di Trump. Al centro c’è anche l’identità del Partito democratico, diviso tra una corrente vicina al socialismo democratico e un’area moderata ancora incerta tra prudenza e continuità.

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Tra i nomi associati alla prima componente figurano Zohran Mamdani a New York e Abdul El-Sayed in Michigan, che si definisce comunque capitalista. Se la Camera passasse ai democratici con un margine ristretto, i moderati potrebbero attribuire la debolezza del risultato alla linea più radicale. James Carville ha già parlato della possibilità di uno “scisma”.

Il precedente più vicino, tuttavia, complica questa lettura: due anni fa i democratici persero con una candidata considerata l’incarnazione della moderazione. In Texas, James Talarico, ex insegnante che affronta i temi della fede da una posizione di sinistra, e in Michigan lo stesso El-Sayed mostrano una strategia diversa, fondata sul linguaggio della protesta e sulle disuguaglianze economiche.


Il peso dei finanziamenti

Anche il denaro condiziona la campagna. Dall’inizio del 2025 sono stati raccolti più di 15 miliardi di dollari, una cifra che rende queste elezioni di metà mandato le più costose mai registrate.

I candidati democratici hanno raccolto più fondi dei loro avversari, ma i comitati esterni sostenuti dai grandi finanziatori si sono schierati soprattutto con i repubblicani. Elon Musk ha versato da luglio 276 milioni di dollari ai comitati del Partito repubblicano.

La proposta californiana sui patrimoni dei miliardari è diventata così uno dei simboli dello scontro. Sergey Brin, cofondatore di Google, avrebbe investito più di 100 milioni di dollari contro la misura, che secondo le stime gli costerebbe oltre 3 miliardi.


Risultati oltre la notte elettorale

Il conteggio potrebbe protrarsi ben oltre il 3 novembre. La California impiega settimane per completare lo spoglio, mentre Maine e Alaska adottano il voto a scelta ordinata. Anche le schede arrivate per posta possono modificare il risultato per diversi giorni.

Questa attesa potrebbe alimentare accuse di brogli da parte di chi non accetterà l’esito immediato. Il sistema statunitense, costruito su più livelli di governo, continua a distribuire il potere tra istituzioni diverse, ma le divisioni politiche sono ormai diventate nazionali.

Gli Stati intervengono sui collegi del Congresso e i referendum locali ripropongono conflitti che un tempo sembravano confinati a Washington. I pesi e contrappesi restano operativi, ma vengono utilizzati da entrambe le parti secondo le rispettive convenienze: per capire le difficoltà della democrazia americana non basta quindi osservare la Casa Bianca, bisogna seguire l’intero sistema.

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