Elezioni di metà mandato, Trump contro la tradizione Usa
Il voto del 3 novembre può ridisegnare Camera e Senato, con sondaggi poco favorevoli al presidente
La campagna elettorale del 2026 ha raccolto finanziamenti stimati in 15 miliardi di dollari, un record per le elezioni di metà mandato statunitensi. Steve Bannon ha previsto una resa dei conti interna al Partito repubblicano dopo il voto.
Gli ultimi sondaggi attribuiscono a Donald Trump il 38% di approvazione, contro il 60% di giudizi negativi. I Democratici sono indicati al 52% nelle intenzioni di voto per il Congresso, contro il 43% dei Repubblicani. Le proiezioni assegnano all’opposizione 220 seggi alla Camera, mentre al Senato la crescita prevista la porterebbe a 49 seggi, ancora sotto la soglia della maggioranza.
Donald Trump cerca di spingere gli elettori repubblicani alle urne per le elezioni di metà mandato del 3 novembre, mentre i sondaggi indicano una corsa difficile per il suo partito.
Il presidente ha ricordato quanto sia raro che l'inquilino della Casa Bianca esca rafforzato da questo appuntamento. «Il presidente perde sempre le elezioni di metà mandato, qualsiasi sia la ragione. Chiunque sia, repubblicano, democratico, grande o pessimo che sia, per qualche ragione», ha ammesso Trump.
GioiaPura
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Il voto e la promessa di Trump
Per motivare la propria base, Trump ha messo sul tavolo anche l'ipotesi di versare 5mila dollari a ogni cittadino adulto se i Repubblicani conserveranno il controllo di Camera e Senato. La proposta avrebbe un costo di miliardi di dollari, ma non è ancora accompagnata da un piano preciso per coprirne la spesa.
Il precedente più ampio conferma la difficoltà dell'obiettivo. Dalla Seconda guerra mondiale, in 18 delle 20 elezioni di metà mandato il partito del presidente ha perso rappresentanti alla Camera. Tra il 1934 e il 2022, inoltre, la formazione della Casa Bianca ha aumentato i propri seggi alla Camera soltanto in tre occasioni: nel 1934 con Franklin Delano Roosevelt, nel 1998 con Bill Clinton e nel 2002 con George W. Bush.
Le sconfitte più pesanti
Nel 1990 i Repubblicani guidati da George H.W. Bush cedettero otto seggi alla Camera e uno al Senato, in una fase segnata dal peggioramento dell'economia. Quattro anni più tardi la perdita democratica fu molto più ampia: durante il primo mandato di Bill Clinton, il partito lasciò 54 seggi alla Camera e otto al Senato.
Quel risultato consegnò entrambe le Camere ai Repubblicani e fu associato alla cosiddetta rivoluzione repubblicana di Newt Gingrich, costruita attorno al programma Contratto con l'America. Le difficoltà della riforma sanitaria di Clinton e la maggiore partecipazione degli elettori conservatori contribuirono alla sconfitta, costringendo il presidente a modificare la propria linea politica.
Nel 2006 George W. Bush perse invece 30 seggi alla Camera e sei al Senato. A pesare furono il malcontento per la guerra in Iraq, la gestione dell'uragano Katrina e diversi scandali. Bush riconobbe il risultato parlando di una «bella batosta».
Le rare vittorie presidenziali
Clinton riuscì a invertire la tendenza nel 1998. Nonostante lo scandalo Monica Lewinsky e il procedimento di destituzione avviato dai Repubblicani, i Democratici ottennero quattro seggi alla Camera e non arretrarono al Senato. La crescita economica e la reazione di una parte dell'elettorato all'offensiva contro il presidente favorirono il risultato.
Nel 2002 fu George W. Bush a ottenere un avanzamento: i Repubblicani conquistarono otto seggi alla Camera e due al Senato, tornando a controllare quest'ultimo. Quella rimane l'ultima occasione in cui il partito del presidente ha guadagnato rappresentanti in entrambe le Camere durante le elezioni di metà mandato.
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Barack Obama subì invece una netta battuta d'arresto nel 2010. I Democratici persero 63 seggi alla Camera e sei al Senato, tra le conseguenze della crisi economica e della mobilitazione del movimento Tea Party contro la riforma sanitaria del presidente. Obama definì il risultato una «legnata».
Nel 2014 il partito democratico lasciò altri 13 seggi alla Camera e nove al Senato. I Repubblicani ottennero così la guida di entrambi i rami del Congresso, in quello che viene spesso descritto come il meccanismo della penalizzazione del sesto anno di presidenza.
I precedenti di Trump e Biden
Durante il primo mandato di Trump, nel 2018, i Democratici conquistarono 41 seggi alla Camera e ne presero il controllo. La mobilitazione degli oppositori del presidente e il sostegno nei distretti suburbani furono decisivi; al Senato, però, i Repubblicani aumentarono di due seggi grazie a una distribuzione elettorale favorevole.
Nel 2022 Joe Biden riuscì a contenere le perdite nonostante l'inflazione, il basso gradimento e le previsioni di una larga avanzata repubblicana. I Democratici cedettero nove seggi alla Camera e ne ottennero uno al Senato, mantenendo la maggioranza in quest'ultimo ramo.
A incidere furono la reazione alla decisione della Corte Suprema che aveva eliminato la tutela costituzionale del diritto all'aborto e i timori legati ai candidati repubblicani che mettevano in discussione la regolarità delle elezioni del 2020.
Una regola lunga due secoli
Le prime elezioni di metà mandato si tennero tra il 1790 e il 1791, sotto George Washington. Gli attuali partiti non esistevano ancora: il Congresso era diviso tra sostenitori e avversari dell'amministrazione, con i primi capaci di conservare entrambe le Camere.
Il primo confronto diretto tra Repubblicani e Democratici arrivò nel 1858, durante la presidenza di James Buchanan. Il Partito repubblicano, nato quattro anni prima, ottenne più seggi dei Democratici senza però raggiungere da solo la maggioranza alla Camera. Il suo simbolo era allora l'aquila; l'elefante sarebbe comparso soltanto nel 1874.
Harry Truman descrisse nel 1946 il rapporto tra presidenza e voto di metà mandato con un'immagine destinata a restare: «Fare il presidente è come cavalcare una tigre. Devi continuare a cavalcarla o finisci divorato». Nel 1966 Lyndon B. Johnson osservò invece che gli elettori, in queste consultazioni, giudicano soprattutto la rabbia del presente e non ciò che l'amministrazione ha realizzato il giorno precedente.
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