Droni e sabotaggi, la sfida a Mosca: cosa cambia in Europa
Dalla difesa degli stabilimenti alle operazioni preventive, i servizi europei valutano nuove contromisure mentre cresce la pressione russa sotto la soglia di un conflitto aperto.
La protezione degli impianti militari rischia di diventare uno dei principali terreni dello scontro con Mosca. KNDS, gruppo franco-tedesco attivo nella produzione di armamenti, chiede infatti ai governi europei di consentire alle aziende della difesa di neutralizzare in autonomia i droni considerati sospetti.
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Gli impianti diventano il nuovo fronte
La richiesta è stata rilanciata da Marcel Grisnigt, vicepresidente di KNDS, dopo la sospetta esplosione avvenuta ad agosto nello stabilimento di Colleferro. Secondo il dirigente, le norme oggi in vigore rallentano la reazione delle imprese davanti a possibili sabotaggi, incendi e attività di spionaggio che le autorità europee hanno in alcuni casi collegato alla Russia.
La Francia permette già ai produttori di armi e ad altri gestori di strutture essenziali di utilizzare strumenti contro i velivoli senza pilota. In Germania, invece, una facoltà analoga non è prevista. KNDS vuole quindi portare il tema a Bruxelles, chiedendo il riconoscimento dell’industria militare come infrastruttura critica, l’accesso alle informazioni dei servizi e risorse europee per mettere in sicurezza gli stabilimenti.
Nel frattempo, l’attenzione si è concentrata anche sul tentato sabotaggio dell’aeroporto di Lipsia/Halle, avvenuto in Germania all’inizio di agosto. Alcuni mezzi d’informazione hanno indicato possibili responsabili e un eventuale coinvolgimento della Gru, senza però presentare elementi definitivi; ulteriori presunti operatori sarebbero stati collegati a precedenti azioni in Polonia. Mosca, inoltre, potrebbe ampliare la pressione prendendo di mira i dirigenti del comparto della difesa.
Rosin vede il rischio nei sabotaggi
Kaupo Rosin, alla guida dell’intelligence estera estone, non considera probabile un attacco convenzionale russo contro l’Estonia nei prossimi dodici mesi. La previsione, tuttavia, è legata alla capacità di Europa e Nato di conservare una deterrenza credibile e di mostrare che un’aggressione avrebbe conseguenze immediate.
Per Tallinn, il pericolo più concreto arriva dalle azioni clandestine. Tra queste rientrano operazioni costruite per far ricadere sull’Ucraina la responsabilità di un attacco e spingere l’opinione pubblica europea a ridurre il sostegno a Kyjiv. Intervistato nei giorni scorsi da Holger Roonemaa, Rosin ha sollecitato i servizi alleati a non limitarsi all’analisi delle minacce, ma a predisporre iniziative preventive non militari sul piano informativo, psicologico e tecnico.
L’ambiguità è l’arma del Cremlino
Secondo Michal Koudelka, direttore del servizio di sicurezza interna ceco, la Russia sta applicando una strategia definita «escalation per la de-escalation». Il metodo consiste nell’aumentare gradualmente la pressione senza arrivare a un’azione che provochi una risposta collettiva della Nato, lasciando allo stesso tempo spazio per negare o minimizzare il proprio coinvolgimento.
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Koudelka ha spiegato alla Camera di Praga che le recenti prese di posizione pubbliche dei responsabili europei mirano proprio a ridurre quello spazio. Dopo la visita a Mosca di John Ratcliffe, direttore della Central Intelligence Agency statunitense, i servizi hanno reso più visibili le proprie valutazioni per rendere più difficile al Cremlino presentare come accidentali iniziative preparate deliberatamente.
Il dirigente ceco ha indicato due possibili scenari: un ordigno russo contro un deposito europeo attribuito a un errore tecnico oppure truppe ammassate vicino a un Paese baltico descritte come partecipanti a una semplice esercitazione. In entrambi i casi, la linea europea punta a dichiarare pubblicamente di conoscere il disegno russo e di essere pronta a reagire.
Più risorse contro le minacce ibride
Anche Ken McCallum, direttore generale del servizio di sicurezza britannico, ha definito Mosca «il principale aggressore» nel suo discorso annuale sulla sicurezza nazionale. A suo giudizio, il peso delle minacce riconducibili a potenze straniere è quadruplicato nell’ultimo decennio, fino a richiedere attività operative paragonabili per intensità a quelle antiterrorismo.
L’espulsione di quasi mille diplomatici e agenti russi dopo l’invasione dell’Ucraina avrebbe spinto il Cremlino a servirsi sempre più spesso di intermediari criminali per realizzare attacchi e sabotaggi. McCallum ha inoltre sottolineato che la guerra continua a gravare sull’economia russa e che il malcontento interno è aumentato, senza però indicare una rivolta imminente contro Vladimir Putin.
La pressione europea si muove dunque su più livelli: protezione fisica delle infrastrutture, condivisione delle informazioni e comunicazione preventiva. L’obiettivo comune è impedire che le operazioni clandestine e l’influenza politica russe rallentino il riarmo europeo o dividano i governi prima che sia possibile attribuire con chiarezza la responsabilità degli attacchi.
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