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Attualità 3 min di lettura1 ott

Draghi scuote l’Europa: 100 miliardi per non perdere la corsa all’IA

L’ex presidente della Bce chiede di sostenere la produttività europea mentre aumentano i rendimenti e l’inflazione resta la priorità delle banche centrali.

L’Europa rischia di pagare per intero il rialzo dei tassi globali senza raccogliere gli stessi benefici dalla crescita legata all’intelligenza artificiale. È questo uno dei punti centrali dell’analisi di Mario Draghi, che sollecita l’Unione europea a mobilitare 100 miliardi di euro per colmare il divario negli investimenti e nella produttività.


L’Europa paga di più e cresce meno

I rendimenti dei titoli di Stato a lunga scadenza nell’area euro sono saliti ai massimi degli ultimi quindici anni circa. Il movimento segue quello dei titoli del Tesoro statunitense e riflette una maggiore sincronizzazione tra i mercati obbligazionari delle economie avanzate, rispetto alla fase in cui venne introdotta la moneta unica.

Secondo Draghi, gli Stati Uniti stanno già ottenendo una spinta dai disavanzi più elevati e dalla spesa per l’intelligenza artificiale. Se questa tecnologia produrrà i risultati attesi, saranno inoltre gli Stati Uniti a beneficiare maggiormente dell’accelerazione della produttività. L’area euro, invece, sostiene l’intero aumento del costo del denaro, ma incassa soltanto una parte dell’espansione economica.

Il peso dei maggiori interessi non è ancora emerso completamente nei bilanci pubblici. Le obbligazioni emesse durante il decennio dei tassi contenuti continuano infatti ad avere cedole ridotte: il costo medio pagato dai governi è intorno al 2,25%, contro una crescita nominale prossima al 3,5%.


Inflazione, il vincolo per le banche centrali

Per l’ex presidente della Bce, la stabilità dei prezzi deve restare il riferimento principale. «La priorità assoluta è controllare l’inflazione», ha affermato durante il suo intervento, avvertendo che un peggioramento dei conti pubblici potrebbe spingere i mercati a dubitare dell’impegno delle banche centrali.

In quel caso, secondo Draghi, aumenterebbe il cosiddetto premio per l’inflazione e diventerebbe più costoso finanziare il debito. Si potrebbe così creare un circolo vizioso: il deterioramento delle finanze pubbliche alimenterebbe l’ipotesi di una futura monetizzazione del debito, facendo crescere le aspettative sui prezzi e, di conseguenza, gli oneri di finanziamento.

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L’ex governatore ha comunque ricordato l’effetto delle misure adottate dalla Bce nelle fasi di crisi. Gli interventi avrebbero ridotto i tassi a lungo termine di circa 140-150 punti base e contribuito per oltre un quarto all’aumento del prodotto dell’area euro tra il 2015 e il 2019. Senza quelle decisioni, sostiene Draghi, circa due milioni e mezzo di persone in meno avrebbero trovato un impiego e l’inflazione sarebbe scesa sotto lo zero nel 2016.


La comunicazione pesa sulle decisioni

La seconda esigenza indicata da Draghi riguarda la crescita, che la politica monetaria non può guidare direttamente quando l’economia è colpita da shock inflazionistici. La banca centrale dovrebbe però evitare che i tassi superino il livello indispensabile per riportare l’inflazione sotto controllo nel medio periodo.

In un quadro segnato da shock frequenti e difficili da interpretare, diventa decisivo spiegare con chiarezza come l’istituto reagirà ai diversi scenari. «I mercati non valutano un unico percorso dei tassi di interesse», ha osservato Draghi: considerano invece più traiettorie possibili, attribuendo a ciascuna una probabilità. Il livello incorporato nei prezzi riflette quindi una media delle aspettative.

L’intervento è stato pronunciato alla Banca nazionale svizzera, in occasione della lezione commemorativa dedicata a Karl Brunner. Draghi, ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Bce, ha inoltre richiamato la necessità di mettere la crescita al centro delle politiche europee; di recente ha creato il centro studi Rhine Group.

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