Dopo la morte, chi userà il tuo avatar? Il nodo dell’eredità digitale
Account, fotografie, abbonamenti e copie virtuali della persona: il nuovo Centro dell’Università Pegaso studia come tutelare volontà, privacy e diritti degli eredi.
La morte non interrompe necessariamente la presenza digitale di una persona. Fotografie, messaggi, profili, archivi personali e perfino voce e volto possono restare online o diventare la base per un avatar capace di dialogare con i familiari. Il problema è capire chi possa accedere a quei contenuti, con quali limiti e nel rispetto della volontà di chi non c’è più.
La questione è al centro del nuovo Jean Monnet Centre of Excellence on EU Digital Legacy dell’Università Pegaso. Il centro sarà inaugurato a Roma il 30 settembre e il primo ottobre, nella sede di Piazza Santi Apostoli 49, con la possibilità di seguire parte degli incontri anche a distanza.
L’avatar apre un conflitto inedito
Un caso affrontato nel 2025 in Arizona mostra quanto il tema sia già concreto. La famiglia di Christopher Pelkey, morto dopo una lite stradale, ha fatto ricostruire con l’intelligenza artificiale il suo volto e la sua voce, così da presentare davanti al giudice una dichiarazione destinata a incidere sulla condanna dell’autore dell’omicidio. Il testo, tuttavia, non era stato pronunciato da Pelkey: lo aveva scritto sua sorella, immaginando le parole che avrebbe potuto rivolgere al responsabile.
In Cina, invece, la ricostruzione digitale dei defunti si è sviluppata soprattutto come attività commerciale. Fotografie, registrazioni vocali e altri dati vengono utilizzati per realizzare figure virtuali interattive. Valeria Confortini, ordinaria di diritto privato all’Università Pegaso e responsabile del centro, osserva: «Un algoritmo può essere addestrato utilizzando i dati personali raccolti durante la vita e può riprodurre voce, sembianze, preferenze e modalità di interazione di una persona».
Il nodo riguarda anche la possibilità che la replica venga realizzata senza un consenso espresso, magari dai parenti o da un’impresa. Al contrario, potrebbe essere la stessa persona, ancora in vita, a predisporre un avatar e a stabilire che cosa dovrà accadere dopo la sua morte.
La volontà del defunto non basta
Le norme esistenti consentono già, in Italia, ad alcuni soggetti di esercitare determinati diritti sui dati personali di chi è deceduto. Il quadro resta però frammentario, anche perché molti servizi digitali dipendono da contratti stipulati con aziende sottoposte a ordinamenti stranieri.
La difficoltà emerge soprattutto quando l’identità virtuale possiede un valore economico. Confortini propone il caso di una persona che abbia ordinato la distruzione del proprio avatar dopo la morte, mentre gli eredi intendano conservarlo per sfruttarne i possibili guadagni. «È il punto in cui la dimensione patrimoniale si scontra con quella più profondamente personale dell’identità», spiega la giurista.
Negli Stati Uniti il confronto è iniziato prima, con casi risalenti a oltre dieci anni fa. La Uniform Law Commission ha predisposto una disciplina adottata in larga parte degli Stati, distinguendo tra il contenuto delle comunicazioni e i relativi dati esterni, come mittente, data e oggetto di un messaggio.
Fai una domanda su questo articolo o sul suo argomento: l'AI risponde in modo pertinente.
Servono regole anche senza testamento
In Italia non esiste un archivio unico per organizzare le proprie disposizioni digitali. Una possibilità è inserire nel testamento indicazioni specifiche e designare una persona incaricata di attuarle. Esistono inoltre strumenti offerti dalle singole piattaforme: Meta consente di indicare un contatto erede, mentre Google permette di impartire istruzioni sulla gestione dell’account e sulla cancellazione o sul trasferimento di alcuni dati.
Poiché il testamento tradizionale resta poco utilizzato, la sola iniziativa individuale non sarebbe sufficiente. «Dobbiamo decidere che cosa debba accadere quando una persona non ha lasciato istruzioni», sottolinea Confortini. Per questo il centro intende studiare regole automatiche applicabili nei casi in cui manchi una scelta esplicita.
Tra le ipotesi di ricerca c’è anche lo sviluppo di sistemi capaci di separare le informazioni riservate da quelle che possono essere consegnate agli eredi. Il diritto dovrebbe definire chi può accedere ai dati e a quali condizioni; gli specialisti dell’informatica potrebbero poi tradurre quei criteri in funzioni integrate nei programmi.
Dalla proprietà agli abbonamenti
L’eredità digitale non riguarda soltanto i profili social o la memoria delle conversazioni. In passato si lasciavano ai familiari dischi, libri e film acquistati; in seguito sono arrivati gli archivi di file musicali comprati sulle piattaforme. Oggi molte risorse vengono utilizzate tramite abbonamenti, senza un vero trasferimento di proprietà.
Questo cambiamento può far cessare l’accesso al servizio nel momento della morte, se il contratto lo prevede. Il rischio è che una parte della storia personale scompaia insieme all’account, anche quando gli eredi vorrebbero almeno conservare le informazioni, come la sequenza dei brani raccolti in una playlist.
Il progetto dell’Università Pegaso nasce proprio dall’esigenza di affrontare il problema con più competenze. Dopo l’apertura del rettore Pierpaolo Limone, il programma coinvolgerà giuristi, filosofi, economisti, sociologi e studiosi delle tecnologie dell’informazione, con interventi di Vincenzo Zeno-Zencovich, Anna Chimenti e docenti provenienti da Atene, Lille, Kyiv, Maastricht, Oxford, Madrid, Londra ed Edimburgo. Il primo ottobre è prevista anche la lezione pubblica di Andrea Lavazza, professore di Filosofia morale.
Continua a leggere
Volo FlyDubai, dirottamento o gesto estremo? Cosa si sa
Il materiale disponibile solleva l’ipotesi di un tentato dirottamento, ma non fornisce elementi per chiarire dinamica, responsabilità o movente.
Occidente, il declino è davvero inevitabile? La tesi che ribalta tutto
Paolo Messa contesta la narrazione del tramonto occidentale e indica nella democrazia, nell’innovazione e nelle alleanze globali gli strumenti per restare competitivi.
Allarme sul volo Dubai-Tel Aviv: decollano due caccia israeliani
Un aereo Flydubai ha lanciato un segnale di emergenza e modificato la rotta verso l’Arabia Saudita: a bordo ci sarebbero 150 persone.
Aerei sotto minaccia: da Fiumicino all’11 settembre, la lunga scia del terrore
Il caso del volo Flydubai riporta l’attenzione su una sequenza di episodi in cui gli aerei sono diventati bersagli o strumenti di azioni terroristiche eclatanti.