Dna e Bologna, il nodo dei resti riaccende lo scontro
La difesa di Gilberto Cavallini sollecita nuovi esami sul materiale trovato nella bara di Maria Fresu, ma familiari e parte civile contestano l’ipotesi di un’ulteriore vittima.
La parte civile ritiene che la questione dei reperti biologici sia già stata esaminata e definita nei processi a carico di Gilberto Cavallini. L’avvocato Andrea Speranzoni ha sostenuto che il tema non offra elementi nuovi: «Questa confusione di reperti induce la difesa a ritornare su un tema già trattato, vagliato, deciso nella fase di cognizione nel processo Cavallini e validato dalla Suprema Corte di Cassazione nel gennaio 2025».
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I familiari respingono l’ipotesi
Paolo Lambertini, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, ha a sua volta escluso che il materiale rinvenuto possa dimostrare l’esistenza di una persona morta nell’esplosione e mai identificata. La sua ricostruzione richiama la gravidanza di una delle vittime: «L’86esima vittima era nella pancia di Viviana Bugamelli, che era incinta».
Secondo Lambertini, la nuova iniziativa giudiziaria rischia di trasmettere a Cavallini l’idea di non essere stato lasciato solo. A suo giudizio, questo sostegno potrebbe anche allontanare la possibilità che l’ex militante dei Nuclei armati rivoluzionari scelga di fornire nuove informazioni.
La difesa punta su nuovi confronti
Al centro dell’istanza presentata nell’incidente di esecuzione c’è un frammento composto da una parte del volto e dallo scalpo, recuperato nella bara di Maria Fresu. Gli esami svolti durante i procedimenti avevano escluso che il profilo genetico del reperto fosse riconducibile alla donna.
L’avvocato Alessio Pomponi, che ha sostituito Gabriele Bordoni, ha chiesto che il genetista Emiliano Giardina possa ripetere gli accertamenti. Il programma prevede il confronto con i profili delle altre vittime di sesso femminile e verifiche sull’origine ancestrale e sul fenotipo del Dna, vale a dire sui tratti biologici rilevabili.
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Un’identità ancora senza conferme
La difesa ipotizza che quel frammento possa appartenere a una persona diversa dalle 85 vittime riconosciute, forse una donna che si trovava vicino al punto dell’esplosione. Al momento, però, non esiste una prova dell’eventuale presenza di una 86esima vittima: gli esami richiesti dovrebbero chiarire se il materiale appartenga a una persona già identificata oppure a un soggetto distinto.
Nel processo sono emersi anche altri elementi sui resti contenuti nella bara. I periti avevano attribuito una mano e il frammento facciale a due donne differenti, spiegando che le operazioni di soccorso tra detriti e polvere potevano aver provocato il trasferimento e la sovrapposizione di parti organiche.
La Corte deciderà a breve
L’udienza si è svolta davanti alla Corte d’assise d’appello di Bologna, presieduta da Pasquale Stigliano. Dopo aver ascoltato le posizioni delle parti, i giudici hanno rinviato la decisione: un pronunciamento è atteso nei prossimi giorni.
La richiesta era già stata avanzata nel 2023, ma aveva ricevuto un diniego. Anche un eventuale via libera ai nuovi esami non avrebbe automaticamente l’effetto di riaprire il processo o di mettere in discussione la condanna definitiva di Cavallini.
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