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Diodato: “L’America arretra, la Cina vuole riscrivere le regole

Il politologo legge la transizione verso un ordine internazionale senza una potenza dominante e indica nell’Europa il possibile ago della bilancia

Il primato degli Stati Uniti non garantisce più da solo l’equilibrio globale, ma il vuoto lasciato da Washington non sembra destinato a essere occupato automaticamente dalla Cina. È questa la tesi di Emidio Diodato, professore ordinario di Scienza politica all’Università per Stranieri di Perugia, che interpreta la fase attuale come una transizione ancora priva di un esito definito.

Nel suo libro “Che cos’è la geopolitica”, pubblicato da Carocci in una seconda edizione profondamente rivista rispetto al 2011, Diodato analizza il peso della geografia, dell’economia, della tecnologia e delle identità culturali nella competizione tra potenze. Al centro c’è anche il futuro dell’Europa, divisa ma ancora dotata di risorse che potrebbero consentirle di agire sulla scena internazionale.

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La Cina punta alle regole del futuro

Secondo Diodato, l’epoca dell’egemonia americana è ormai alle spalle. Durante la Guerra fredda, gli Stati Uniti avevano costruito un sistema capace di unire alleanze, organismi internazionali e regole economiche; oggi, invece, quella struttura appare più fragile e lascia aperti diversi scenari, compresa una possibile riconfigurazione multipolare.

Il politologo invita però a non leggere il confronto tra Washington e Pechino come la semplice replica della rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica. La Cina, a suo giudizio, non mira soltanto a diventare uno dei poli del nuovo equilibrio, ma ambisce a influenzare il modo in cui il mondo definisce progresso, ordine e civiltà. “La Cina vuole sostituire gli Stati Uniti nel dettare gli standard di civiltà”, afferma Diodato.

Un esempio di questa strategia sarebbe il progetto cinese per un’organizzazione internazionale dedicata alla cooperazione sull’intelligenza artificiale, con sede a Shanghai. Attraverso nuove istituzioni, Pechino potrebbe contribuire direttamente alla definizione delle regole in settori decisivi, invece di limitarsi a operare all’interno degli organismi già esistenti.

Il volume ricostruisce questo passaggio partendo dai grandi teorici della geopolitica, da Alfred Thayer Mahan a Halford Mackinder, e arriva agli studi più recenti su sicurezza regionale, reti economiche e identità. La tesi è che il potere contemporaneo non dipenda soltanto dagli eserciti: contano anche infrastrutture, finanza, tecnologie e capacità di imporre criteri riconosciuti dagli altri.


L’Europa ha le risorse ma non l’unità

Il continente europeo, sostiene Diodato, non è privo degli strumenti necessari per diventare un protagonista. Sul piano economico resta una delle principali potenze mondiali e, considerando insieme le capacità militari dei Paesi europei e del Regno Unito, dispone di mezzi rilevanti anche nel campo della difesa.

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L’ostacolo principale è invece politico. Le divisioni sull’integrazione attraversano ormai le tradizionali contrapposizioni tra destra e sinistra e riguardano ambiti diversi: economia, diritti, agricoltura e politica estera. Le ultime tre elezioni del Parlamento europeo, osserva il professore, mostrano una frattura sempre più netta tra chi vuole rafforzare il progetto comune e chi lo respinge.

Questa debolezza pesa anche sulla risposta alle crisi internazionali. Diodato ritiene che il sostegno europeo abbia impedito alla Russia di chiudere rapidamente la guerra in Ucraina a proprio vantaggio: “Senza l’Unione europea la guerra in Ucraina sarebbe conclusa, e si sarebbe conclusa con una vittoria di Putin”. Al tempo stesso, la sua posizione resta favorevole alla ricerca di un compromesso capace di fermare il conflitto.


Trump recupera l’antica idea americana

Nella lettura del politologo, Donald Trump non rappresenta soltanto una rottura con l’internazionalismo liberale. La sua politica riporterebbe in primo piano una tradizione americana più antica, legata al controllo dei grandi spazi e alla proiezione diretta della potenza nazionale.

I richiami a William McKinley, le rivendicazioni sul Canale di Panama e sull’Artico e la scelta di modificare il nome del golfo del Messico vengono interpretati come segnali di questa impostazione. È una visione che guarda al territorio e alla sfera d’influenza, mentre la Cina prova a costruire un modello alternativo fondato sulla capacità di fissare nuove regole.

Il risultato è un sistema internazionale ancora in trasformazione. Non è certo che il confronto tra Washington e Pechino sfoci in una nuova Guerra fredda, così come non è inevitabile che il prossimo secolo sia dominato dalla Cina. In questo passaggio, conclude Diodato, l’Europa potrebbe ritagliarsi un ruolo autonomo, ma soltanto se riuscirà a ridurre le divisioni che oggi ne limitano l’azione.

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