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Attualità 2 min di lettura3 giorni fa

Decreto Scuola, i presidi sfidano la norma sui genitori stranieri

Dirigenti scolastici contrari alla segnalazione ai servizi sociali e alle multe per chi non frequenta i corsi gratuiti di italiano: nel mirino anche l’applicazione concreta della misura.

Il punto più controverso non riguarda soltanto la sanzione, ma il modo in cui le scuole dovrebbero valutare la conoscenza dell’italiano da parte dei genitori. Tiziano Lucchin, dirigente del comprensivo sette di La Spezia, si chiede quali strumenti dovrebbero essere utilizzati e se i Centri provinciali per l’istruzione degli adulti riuscirebbero a gestire un numero maggiore di iscritti.


Una norma difficile da applicare

Il decreto stabilisce che, quando le difficoltà linguistiche dei genitori stranieri impediscono un confronto efficace con la scuola, l’istituto debba informare i servizi sociali territoriali. A questi ultimi spetterebbe il compito di prescrivere alla famiglia un percorso gratuito di alfabetizzazione e apprendimento dell’italiano presso i Cpia.

La mancata partecipazione al corso potrebbe comportare una sanzione amministrativa compresa tra 200 e 1000 euro. Lucchin evidenzia però le difficoltà operative: non sarebbe chiaro come stabilire il livello linguistico sufficiente di un adulto, né come accompagnare nella rete scolastica un bambino arrivato dal Bangladesh a metà anno senza trasformare l’inserimento in un percorso disorientante.


I dirigenti preparano la protesta

Diversi presidi stanno valutando una forma di obiezione di coscienza, anche mettendo in conto eventuali conseguenze disciplinari. Giusto Catania, alla guida dell’istituto comprensivo “Saladino” di Palermo, considera la disposizione impraticabile e sostiene che «serve solo ad alimentare la xenofobia».

Catania, già assessore a Palermo durante la giunta Orlando, ritiene inoltre che la legge intervenga su un fenomeno numericamente limitato. Nella sua scuola gli studenti stranieri rappresentano circa il 2%, ma il dirigente afferma di essere pronto ad accoglierne oltre il 30% in ogni classe. A suo giudizio, il governo non avrebbe considerato il ruolo dei figli nel favorire la comunicazione tra istituto e genitori.

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Dal traduttore alle reti territoriali

A Milano, Giovanna Mezzatesta, preside del liceo “Bottoni”, esclude di voler segnalare le famiglie dei suoi studenti per le difficoltà linguistiche. Ha ricordato di aver risolto proprio quella mattina le questioni con un padre cinese grazie a Google Traduttore e ha collegato l’impostazione del provvedimento alla volontà di inseguire le posizioni di Roberto Vannacci: «Se è il caso mi puniscano…».

Più cauto, ma contrario a un’applicazione automatica della misura, è Gian Paolo Bustreo, dirigente dell’Iis “Rolando da Piazzola”, in provincia di Padova. Nei prossimi giorni i dirigenti padovani dovrebbero confrontarsi sulle indicazioni dell’ufficio scolastico regionale, ancora attese insieme ai decreti attuativi. Bustreo non vuole alimentare contrapposizioni ideologiche, ma considera essenziale non interrompere il rapporto tra scuola e famiglie costruito attraverso i figli.

Nel suo istituto l’orientamento è quindi quello di rafforzare l’inclusione, anche attraverso la collaborazione con la scuola Penny Wirton, fondata da Eraldo Affinati, e continuando a destinare risorse a questo obiettivo. La protesta dei presidi nasce così non soltanto dal contenuto della norma, ma anche dal timore che la scuola venga trasformata nel primo luogo di segnalazione delle difficoltà linguistiche delle famiglie.

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