Dalla jihad alla guerra civile: gli allarmi degli 007 francesi
Le dichiarazioni di tre ex vertici dell’intelligence mostrano come radicalizzazione, tensioni sociali e integrazione siano da anni al centro delle preoccupazioni di Parigi.
Nel gennaio 2025 Nicolas Lerner ha indicato nel jihadismo una minaccia destinata a restare a lungo nelle società europee. L’attuale direttore generale della Dgse, già alla guida della Dgsi, ha definito il fenomeno «una minaccia che le nostre società dovranno affrontare nel lungo periodo».
Quelle parole non erano riferite alle proteste di oggi, ma confermavano una preoccupazione presente da tempo nei vertici della sicurezza francese. Già nel luglio 2023 Lerner aveva segnalato il pericolo di una trasformazione della radicalità politica, a destra come a sinistra, in aggressioni fisiche vere e proprie.
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La violenza politica resta il timore centrale
L’avvertimento era maturato durante le mobilitazioni contro la riforma delle pensioni. Secondo Lerner, alcune formazioni estremiste potevano sfruttare il malcontento per presentare la forza come uno strumento legittimo di lotta e alimentare così una spirale sempre più difficile da contenere.
In quella fase il responsabile dell’intelligence interna aveva precisato che la possibilità di un passaggio dagli slogan agli atti violenti non era teorica. La sua analisi si inseriva in un quadro più ampio, segnato dall’inasprimento del confronto politico e dalla crescente radicalizzazione di gruppi contrapposti.
La Francia vive intanto nuove tensioni sociali, con proteste sostenute anche dagli studenti e il ritorno dei Gilet Gialli. Le contestazioni hanno riaperto il confronto sull’ordine pubblico e sulla capacità delle autorità di contenere gli scontri, fino all’imposizione del coprifuoco in alcune zone del Paese, compresi quartieri della capitale.
Le fratture sociali erano già state segnalate
Nel 2019 Pierre Brochand, che aveva diretto la Dgse dal 2002 al 2008, aveva attribuito all’immigrazione un ruolo decisivo nella tenuta della pace civile. Durante un seminario della Fondazione Res Publica dedicato a immigrazione e integrazione, sostenne che fosse «l’unico fattore in grado di mettere direttamente a rischio la pace civile».
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L’ex responsabile del servizio esterno francese contestava anche l’impostazione delle politiche migratorie di allora. A suo giudizio, i cambiamenti demografici e culturali potevano indebolire il senso di appartenenza comune, mentre il dibattito pubblico non affrontava il problema con sufficiente profondità. Tra gli scenari ipotizzati figuravano disordini contemporanei in diversi quartieri, con forze dell’ordine sottoposte a forte pressione e una crisi destinata a prolungarsi.
Tre anni prima Patrick Calvar, direttore della Dgsi dal 2014 al 2017, aveva espresso una preoccupazione ancora più radicale. In una commissione parlamentare istituita dopo gli attentati jihadisti del 2015 e la strage di Nizza, aveva indicato il pericolo di uno scontro tra estrema destra e comunità musulmane.
Calvar spiegò che i servizi stavano destinando maggiori risorse al monitoraggio dell’estrema destra, nella convinzione che il confronto potesse trasformarsi in violenza. Il suo timore, riportato anche in un intervento successivo, fu riassunto così: «Siamo sull’orlo di una guerra civile».
Le dichiarazioni dei diversi responsabili non costituiscono previsioni puntuali sulle proteste attuali. Nel loro insieme, però, documentano una linea di allarme ricorrente: radicalizzazione jihadista, estremismi politici, difficoltà dell’integrazione e rischio di cedimento della coesione democratica sono considerati da anni questioni intrecciate dai vertici della sicurezza francese.
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