Da Conte alla destra: il caso Dia svela la metamorfosi del Pd
La possibile candidatura ad Alcamo di un ex consulente di Conte riapre il dibattito sull’identità perduta del Partito Democratico e sul rapporto con il populismo
A Milano, il possibile ingresso di Lorenzo Pacini nella corsa per Palazzo Marino viene già letto come un altro segnale della crisi del Partito Democratico. Dopo il titolo «Schlein teme Pacini», comparso sul Foglio, il confronto interno appare sempre più lontano dai nodi politici tradizionali e sempre più esposto a figure e linguaggi del populismo contemporaneo.
L’ipotesi riguarda anche Mario Calabresi, che punta alla candidatura a sindaco e sembra confidare nella possibilità di convincere Elly Schlein: con lui, secondo questa impostazione, il Pd potrebbe avere più chance di vittoria rispetto a una squadra composta dai fedelissimi della segretaria. Sullo sfondo resta il rischio di consegnare Milano alla destra, dopo il logoramento del cosiddetto modello Milano, considerato l’unico successo nazionale riconducibile al partito nell’ultimo decennio.
Milano riflette la crisi del partito
Il Pd, nato al Lingotto nel 2007, viene descritto come un’organizzazione ormai priva dell’identità originaria. La svolta del 2023, quando Schlein riuscì a conquistare la leadership pur non essendo allora iscritta al partito, ha reso possibile una scalata dall’esterno che oggi potrebbe ripetersi con Pacini o con altri protagonisti estranei alla tradizione politica del centrosinistra.
In questo quadro, i riformisti pagano anche il ritardo con cui hanno scelto di sfidare Schlein sul terreno dei principi fondativi del Pd. Ora vengono rappresentati come avversari del popolo e non sembrano più considerati adatti a guidare nemmeno una battaglia di testimonianza alle primarie. Il risultato è un partito che, secondo questa lettura, ha assorbito la logica del populismo legato a Giuseppe Conte.
Ad Alcamo il caso Dia
La vicenda di Alcamo, in provincia di Trapani, rende concreto questo cortocircuito. Il centrodestra valuta infatti la candidatura a sindaco di Giuseppe Dia, giovane imprenditore della comunicazione conosciuto nella società civile, con l’obiettivo di strappare la città ai Cinquestelle, al governo da dieci anni senza l’appoggio del Campo Largo.
Dia, però, ha lavorato nella comunicazione di Giuseppe Conte durante il periodo trascorso a Palazzo Chigi. All’interno del movimento era stato definito «un genio» e gli veniva attribuita una quota pari ad almeno il dieci per cento del risultato ottenuto dai Cinquestelle alle elezioni politiche del 2018. La sua attività non si limitò alla campagna elettorale: una volta formato il governo, seguì l’immagine pubblica di Conte e quella di Luigi Di Maio.
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Una carriera nata nei Cinquestelle
Il rapporto con Di Maio ebbe anche un risvolto familiare. L’allora ministro nominò infatti Roberto Dia, fratello di Giuseppe, come fotografo ufficiale alla Farnesina. La collaborazione rientrava nella costruzione professionale di due giovani originari della provincia, riusciti a trasformare un’attività nata dal nulla in una carriera arrivata ai vertici delle istituzioni.
La Dia communication aveva inoltre beneficiato del consenso raggiunto dai Cinquestelle in Sicilia, dove il movimento arrivò a toccare il 75 per cento dei voti. L’eventuale candidatura di Giuseppe Dia con la destra non rappresenterebbe dunque soltanto un passaggio personale: renderebbe visibile la distanza ormai ridotta tra esperienze politiche che continuano a presentarsi come contrapposte.
Il confine tra destra e Conte
L’apparente sorpresa nasce dal fatto che Conte aspira a essere un punto di riferimento della sinistra. Eppure, nella ricostruzione proposta, il suo passato politico resta quello condiviso con Di Maio: i decreti sicurezza, la chiusura dei porti, l’attacco alla democrazia rappresentativa, l’ipotesi di abbandonare l’euro e la promessa di cancellare la povertà attraverso trasferimenti generalizzati.
A quel periodo appartengono anche l’apertura delle strade italiane all’esercito russo e l’atteggiamento di forte vicinanza nei confronti di Donald Trump. Per questo, la possibile discesa in campo di uno degli uomini che contribuirono alla comunicazione di Conte non viene considerata incoerente con il passaggio verso il centrodestra.
La contraddizione viene individuata piuttosto nella scelta di una parte maggioritaria della sinistra e dei suoi commentatori di considerare Conte un «riferimento fortissimo della sinistra» e di voler affidare a lui «l’affascinante avventura» della trasformazione del Pd. Il caso di Alcamo diventa così il simbolo di un partito che rischia di rinunciare alla propria identità mentre incorpora temi e metodi del populismo dei Cinquestelle.
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