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Attualità 2 min di lettura1 ora fa

Controlli sulla polizia, la democrazia non teme verifiche

Gli episodi del 24 ottobre riaprono il confronto su uso della forza, fermi preventivi e responsabilità degli agenti

Le manifestazioni del 24 ottobre hanno riportato al centro il tema dei controlli sull’operato delle forze dell’ordine.

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Diritti uguali per tutti

La tutela degli agenti aggrediti non può impedire di verificare eventuali abusi commessi durante gli interventi. Allo stesso modo, condannare chi lancia bottiglie, incendia cassonetti o danneggia negozi non dovrebbe tradursi nell’accettazione automatica di ogni condotta delle forze dell’ordine.

Un cittadino colpito senza motivo deve poter ottenere giustizia, così come un poliziotto ferito mentre svolge il proprio servizio ha diritto a protezione. Le regole valgono per entrambe le parti e non possono essere applicate soltanto quando risultano convenienti a chi governa.


Trasparenza e responsabilità

Per rendere più credibile l’azione delle forze dell’ordine servono identificativi sulle uniformi, controlli affidati a organismi indipendenti, norme precise sull’impiego della forza e l’accertamento delle responsabilità individuali. Questi strumenti non indebolirebbero chi opera correttamente.

La maggioranza degli agenti svolge il proprio compito nel rispetto delle regole e non dovrebbe essere danneggiata dagli eventuali errori di singoli operatori. Chiedere verifiche non significa sostenere chi devasta le città: le due posizioni possono coesistere senza contraddizione.


Il ruolo della politica

Da quando il governo Meloni è al potere, la sicurezza è diventata uno dei principali messaggi politici della maggioranza, con il richiamo a maggiori divieti, più strumenti preventivi e pene più severe. La forza dello Stato, però, non può essere valutata contando gli arresti, i fermi o gli interventi con manganelli e idranti.

Non ci sono elementi per affermare che il governo abbia ordinato condotte illegittime agli agenti. La politica mantiene tuttavia una responsabilità sul linguaggio e sull’atmosfera che contribuisce a creare: presentare ogni protesta come una minaccia all’ordine pubblico rischia di comprimere lo spazio riservato al dissenso.

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Gli episodi del 24 ottobre

Le immagini e le testimonianze raccolte a Torino, Bologna, Roma e Milano hanno mostrato anche situazioni che richiedono accertamenti. A Bologna, in via Marconi, un getto d’acqua ha raggiunto un’ambulanza impegnata a soccorrere un giovane manifestante, che aveva accusato un malore dopo essere stato bloccato dagli agenti.

Nella stessa città, una ragazza è stata investita al volto da un idrante utilizzato a breve distanza. Secondo quanto riportato, ha subito gravi lesioni a un occhio e un’emorragia cranica.

Amnesty International ha chiesto verifiche indipendenti sulle criticità segnalate, ipotizzando un possibile ricorso sproporzionato alla forza contro persone pacifiche. L’organizzazione ha inoltre indicato oltre 370 fermi preventivi, tra cui 110 minorenni.


La protesta nelle piazze

Lo Stato deve intervenire contro la violenza, ma non può considerarsi svincolato dalle leggi che impone ai cittadini. La democrazia non si protegge impedendo alle piazze di esprimere il dissenso, anche quando le contestazioni disturbano chi esercita il potere.

Pretendere chiarezza sui comportamenti degli agenti non equivale dunque a giustificare chi spacca le vetrine. Uno Stato sicuro della propria legittimità può sottoporsi al controllo pubblico senza chiedere ai cittadini di averne timore.

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