Chip, il rischio Taiwan scuote l’Europa: serve una rete di alleanze
Diplomatici e analisti chiedono più risorse, cooperazione internazionale e un piano comune per proteggere la produzione dei semiconduttori
La centralità di Taiwan nella fabbricazione dei semiconduttori rende fragile un settore da cui dipendono difesa, sanità, energia, trasporti e comunicazioni. Francesca Maremonti, ricercatrice dell’Istituto Affari Internazionali, ha evidenziato i rischi di un modello concentrato sull’efficienza e poco preparato ad assorbire interruzioni, dalle crisi energetiche alle tensioni geopolitiche.
Secondo l’analisi, un eventuale blocco delle forniture potrebbe colpire un’industria che richiede grandi quantità di energia. Tra i precedenti richiamati figurano le conseguenze dello stop nello stretto di Hormuz durante la guerra contro l’Iran. A questo si aggiungono l’ipotesi di un’invasione cinese di Taiwan e il possibile uso politico delle esportazioni.
Taiwan resta il punto più esposto
La piccola isola contesa da Pechino concentra il 90% della produzione mondiale di semiconduttori. Una simile dipendenza, unita alla natura internazionale della filiera, trasforma ogni crisi locale in una potenziale emergenza per l’economia e per la sicurezza degli altri Paesi.
Le stime citate durante l’incontro indicano che un’interruzione delle forniture potrebbe arrivare a costare 100 trilioni di dollari. Per questo la sicurezza dei chip non viene più considerata soltanto una questione industriale: riguarda anche la stabilità strategica e la capacità degli Stati di mantenere operative infrastrutture essenziali.
L’Europa deve colmare il divario
I rappresentanti della Commissione europea hanno sostenuto che nessun Paese dell’Unione dispone, da solo, degli strumenti necessari per gestire i pericoli della filiera. La risposta indicata passa da accordi internazionali più ampi, da maggiori investimenti e da condizioni capaci di attirare capitali stranieri nel mercato europeo.
A tre anni dal lancio dell’European Chips Act, le risorse pubbliche e private mobilitate in Europa ammontano a 52 miliardi di euro. Il confronto con la Corea del Sud resta però molto distante: lì sono in programma investimenti superiori a 500 miliardi di dollari. Per i funzionari europei, gli accordi bilaterali non bastano e vanno affiancati da collaborazioni multilaterali.
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Tecnologia e diplomazia nella stessa partita
Armando Varricchio, ambasciatore e inviato speciale del ministero degli Esteri per l’Innovazione e le nuove tecnologie, ha descritto i semiconduttori come “il sistema nervoso della tecnologia”. Nel suo intervento ha collegato la protezione della filiera alla necessità di mantenere aperti i canali diplomatici tra Washington e Pechino.
“Dobbiamo evitare che i semiconduttori, queste piccolissime particelle di silicio che contengono miliardi di dati, diventino il campo di battaglia di un nuovo scontro globale”, ha detto Varricchio. A suo giudizio, le scelte future dovranno poggiare su tecnologia, interdipendenza e fiducia: nessun Paese può raggiungere da solo la piena autonomia in un comparto tanto avanzato.
Un mercato oltre 1,5 trilioni
Le proiezioni di WSTS indicano per il 2026 un valore globale delle vendite superiore a 1,5 trilioni di dollari. La crescita sarà sostenuta soprattutto dai sistemi destinati all’intelligenza artificiale e dalle memorie avanzate, elementi ormai indispensabili in numerose attività produttive.
Il quadro è emerso a Roma durante il convegno “La democrazia dei semiconduttori. Potere, innovazione e competitività strategica”, promosso dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University. Diplomatici, studiosi e rappresentanti delle istituzioni europee hanno discusso delle conseguenze geopolitiche della competizione sui chip e delle misure necessarie per rendere più solida la catena delle forniture.
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