Chi pagherà i 979 milioni? Il no di Meloni può portare a un commissario
La premier contesta la spesa per adeguamenti e arretrati, mentre le decisioni della giustizia amministrativa impongono al governo di applicare il nuovo calcolo.
Il mancato via libera al decreto sugli stipendi dei magistrati rischia di trasformarsi in un confronto istituzionale. Se Giorgia Meloni non firmerà il provvedimento necessario a recepire le sentenze, il Consiglio di Stato potrebbe indicare un commissario incaricato di procedere al suo posto.
La questione riguarda soprattutto somme maturate negli anni passati e non un semplice aumento deciso oggi. Secondo le stime, il ricalcolo degli adeguamenti potrebbe costare allo Stato 979 milioni di euro, mentre ogni magistrato arriverebbe a ricevere fino a 100mila euro tra arretrati e aggiornamenti, oltre a circa 20.000 euro annui per gli anni successivi.
GioiaPura
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Il governo rischia il commissariamento
Meloni ha motivato la sua posizione richiamando le altre emergenze economiche. Parlando con il direttore dell’Adnkronos, ha spiegato: “È dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia”.
La presidente del Consiglio ha anche lasciato intendere che non intende sottrarsi alle conseguenze della scelta: “Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità”. Allo stesso tempo, ha confermato la disponibilità a discutere con le organizzazioni rappresentative della magistratura, ritenendo che molti magistrati possano comprendere le priorità del momento.
Perché il conto arriva a 979 milioni
A differenza di quanto accade per numerose categorie del pubblico impiego, la retribuzione dei magistrati non viene stabilita attraverso un contratto. Ogni tre anni gli stipendi vengono aggiornati per legge sulla base dell’andamento delle retribuzioni degli altri dipendenti pubblici; il governo traduce poi il calcolo in un Dpcm utilizzando i parametri dell’Istat.
Il metodo applicato finora aveva prodotto incrementi del 4,85% per il periodo 2018-2020 e del 6,69% per il triennio 2021-2023. L’Associazione Nazionale Magistrati e altre organizzazioni hanno contestato quei criteri davanti alla giustizia amministrativa, ottenendo decisioni favorevoli prima dal Tar e poi dal Consiglio di Stato.
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Con il nuovo sistema, le percentuali salirebbero al 6,22% per il primo periodo e al 12,32% per il secondo. È soprattutto il ricalcolo dell’ultima fase a far lievitare il costo complessivo, includendo gli importi non riconosciuti dal 2018 in avanti.
La replica dei magistrati e il sostegno politico
L’Anm ha respinto la rappresentazione di un beneficio straordinario concesso alla categoria. L’associazione sostiene che le cifre effettive siano molto più contenute di quelle circolate e che si tratti di quote salariali previste dalla legge, rimaste non pagate per effetto dei ritardi dell’amministrazione.
Nel frattempo, Forza Italia si è schierata con Meloni. Stefania Craxi ha definito condivisibile la scelta di non sottoscrivere il Dpcm, collegandola alle difficoltà affrontate da famiglie, imprese e lavoratori e alla necessità di considerare prioritarie altre emergenze.
La posizione del governo si inserisce anche nel quadro del documento di programmazione che prevede per il 2027 un fondo straordinario da 1,9 miliardi di euro, pari allo 0,08% del Pil, destinato a coprire le conseguenze di diverse sentenze. Una quota rilevante potrebbe servire proprio per gli adeguamenti dei magistrati. L’Avvocatura dello Stato ha impugnato le decisioni, ma finora Tar e Consiglio di Stato hanno dato ragione ai ricorrenti.
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