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Attualità 2 min di lettura1 ora fa

Casa, Sanchez rischia tutto: la Spagna può tornare al voto

La bocciatura parlamentare delle misure sugli affitti aggrava la crisi del governo, mentre le proteste per l’emergenza abitativa si allargano nelle città spagnole.

La crisi degli affitti rischia di trasformarsi in una crisi politica per Pedro Sanchez. Dopo il fallimento del pacchetto sulla casa, il premier socialista ha riunito alla Moncloa i collaboratori più vicini e potrebbe decidere già lunedì se convocare elezioni anticipate, con il 29 novembre indicato come possibile data.

Nel frattempo, la mobilitazione contro il caro-affitti non si ferma. A Madrid e in altre città sono tornate le manifestazioni, alimentate anche dallo sfratto di Maricarmen Abascal, 87 anni, costretta a lasciare l’abitazione nella capitale dove viveva da tempo perché non riusciva più a sostenere il canone.


La maggioranza non regge sulla casa

Il Congresso ha respinto due provvedimenti elaborati dall’esecutivo per affrontare la carenza di abitazioni e l’aumento dei prezzi. Il primo è caduto con 178 voti contrari e 172 favorevoli; il secondo ha ottenuto 166 sì contro 184 no.

A compattarsi contro il governo sono state le forze di destra, tra Partito popolare e Vox. Decisivo, però, è stato anche il voto contrario di Junts, formazione indipendentista catalana e conservatrice che nel 2023 aveva contribuito al ritorno di Sanchez alla guida del governo. Secondo il partito, le proposte socialiste avrebbero ridotto gli immobili disponibili per l’affitto, spingendo ancora più in alto i prezzi.

Tra gli interventi previsti figuravano il blocco degli sfratti per gli inquilini in condizioni di fragilità fino al 2030, il rinnovo automatico dei contratti già in essere e limiti più rigidi alle locazioni brevi. Il piano comprendeva inoltre forti restrizioni all’acquisto di abitazioni da parte dei cosiddetti fondi avvoltoio, cioè investitori considerati dal governo interessati a operazioni speculative.

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Piazze mobilitate, urne più vicine

L’appello pronunciato da Sanchez in aula poco prima del voto non ha modificato gli equilibri. Rivolgendosi agli avversari, il premier ha detto: «Fate la cosa giusta, altrimenti la storia vi giudicherà prima di quanto crediate e con maggiore durezza di quanto immaginiate».

Davanti al Congresso si è radunata una folla di manifestanti e il Sindacato degli inquilini ha annunciato nuove iniziative già nelle ore successive. A Puerta del Sol, nel centro di Madrid, resteranno anche gli accampamenti nati nel luogo simbolo delle proteste degli Indignados del 2011. Alicia del Rio, portavoce del sindacato, ha spiegato che la protesta punta a estendersi in altri quartieri e a preparare uno sciopero generale.

Il leader del Partito popolare Alberto Nunez Feijoo ha chiesto lo scioglimento del Parlamento, accusando Sanchez di sfruttare l’emergenza abitativa per convenienza elettorale. La popolarità dell’esecutivo è inoltre diminuita nelle ultime settimane, anche a causa della crisi migratoria a Ceuta.

Le rilevazioni più recenti del Cis assegnano ai Socialisti il 31% dei consensi. Un’eventuale alleanza con Sumar e Podemos supererebbe di poco il 40%, ma resterebbe dietro alla coalizione delle forze di destra. Pablo Simon, docente di Scienze politiche all’Università Carlos III di Madrid, ritiene quindi probabile un nuovo ricorso alle urne: Sanchez dovrà comunque convocare elezioni entro nove mesi e, secondo il professore, difficilmente troverebbe nei prossimi tre o sei mesi un momento più favorevole di quello attuale.

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