Cadmio nella bottiglia, la condanna può sparire: la battaglia di Rong Yuan
David Xu ha terminato due anni di libertà vigilata e chiede di cancellare il reato, mentre la collega racconta danni fisici duraturi e accusa il sistema giudiziario californiano.
La vicenda di Rong Yuan non si è chiusa con la condanna di David Xu. A sette anni dall’avvelenamento, l’uomo ha completato il periodo di libertà vigilata e ora punta a ottenere la cancellazione del reato dalla propria fedina penale. La richiesta riapre una storia segnata da sintomi misteriosi, immagini registrate di nascosto e una quantità di cadmio milioni di volte superiore ai limiti ammessi.
Per Yuan, invece, le conseguenze non appartengono al passato. La donna continua a convivere con problemi di salute e con la difficoltà di lavorare a tempo pieno, mentre il collega potrebbe ottenere una nuova possibilità sul piano giudiziario.
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La richiesta che riapre il caso
Xu, metallurgista presso il centro Berkeley Engineering and Research, ha terminato a marzo i due anni di libertà vigilata previsti dall’accordo raggiunto con la procura. Ora si è rivolto alla Corte Superiore della Contea di Alameda per chiedere il ritiro della dichiarazione di colpevolezza e l’eliminazione della condanna dai registri accessibili ai potenziali datori di lavoro.
L’ufficio del Procuratore Distrettuale della contea si è opposto all’istanza. La normativa californiana consente infatti a chi ha concluso la libertà vigilata di domandare l’estinzione del reato, ma la decisione spetta al giudice. Yuan ha definito la richiesta l’ultima possibilità per ottenere ascolto: «Questo sistema legale mi ha già delusa, questa è la mia ultima risorsa».
La donna considera intollerabile che Xu possa ricominciare senza più quella condanna a suo carico. «Lui riceve una seconda possibilità per rifarsi una vita, mentre io sono condannata a vivere per sempre con i postumi di ciò che mi ha fatto», ha affermato raccontando gli effetti ancora presenti nella sua quotidianità.
Due anni di sintomi e il video decisivo
I primi disturbi comparvero nel 2017, poco dopo l’arrivo di Yuan nel laboratorio dove Xu lavorava già. Quando beveva dalla bottiglia tenuta sulla scrivania, la ricercatrice accusava nausea e vomito; con il tempo perse anche i capelli e il suo stato fisico peggiorò fino a far temere per la sua vita.
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All’inizio si pensò a un problema ambientale. Xu appariva preoccupato e suggeriva alla collega di restare a casa, arrivando a ipotizzare la presenza di muffe nocive nell’edificio. Yuan, però, iniziò a sospettare che l’acqua fosse stata contaminata e nel 2019 installò una telecamera nascosta nella propria postazione.
Le registrazioni mostrarono Xu mentre raggiungeva la scrivania, prendeva un piccolo contenitore e versava una sostanza in polvere nella bottiglia. Prima di allontanarsi, l’uomo rimetteva anche il recipiente nella posizione originaria. Le immagini furono poi consegnate alla polizia di Berkeley e divennero un elemento centrale dell’indagine.
Cadmio oltre ogni limite
Le analisi sui campioni prelevati dalla bottiglia identificarono il cadmio, un metallo pesante tossico e cancerogeno. L’esposizione può danneggiare reni, ossa e apparato respiratorio; secondo gli accertamenti esaminati dalla procura, la concentrazione trovata superava di 3,5 milioni di volte il limite federale previsto per l’acqua potabile.
«Mi si è gelato il sangue», ha ricordato Yuan parlando di quei risultati. «Sono quasi morta. Ho vissuto la morte così, così vicino, per tantissime volte». La ricercatrice sostiene inoltre di avere perso i capelli e di non essere più riuscita a condurre la stessa vita di prima.
L’arresto di Xu risale al marzo 2019 e inizialmente comprendeva l’accusa di tentato omicidio. Nel settembre 2023, però, l’accordo con la procura fece cadere quel capo d’imputazione e una seconda contestazione per avvelenamento: l’uomo ammise la responsabilità per un solo reato di avvelenamento, ottenendo due anni di libertà vigilata senza detenzione.
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