Caccia, appena il 3% vuole più abbattimenti: cosa rivela il sondaggio
L’indagine Ipsos Doxa segnala un consenso minimo agli incentivi, mentre il testo contesta la violenza venatoria e il rapporto di dominio sulla natura.
A sostenere un aumento degli incentivi alla caccia è appena il 3% degli italiani. Il dato emerge da un recente sondaggio Ipsos Doxa e si accompagna a una maggioranza nettamente orientata verso una riduzione, una limitazione o la cancellazione dell’attività venatoria.
Il 91% degli intervistati, infatti, non chiede di rafforzare la caccia: il 17% manterrebbe l’attuale normativa, il 13% vorrebbe restringere molto la pratica, il 34% la consentirebbe soltanto in situazioni eccezionali e il 27% arriverebbe alla sua abolizione. Un ulteriore 6% non esprime una posizione definita. Il risultato viene letto come il segnale di una sensibilità diffusa per la protezione degli animali e degli ecosistemi, presente anche oltre le divisioni politiche.
La natura non è un bersaglio
L’argomento centrale è che la caccia non risponda più a una necessità collettiva. In epoche remote poteva contribuire alla sopravvivenza, ma oggi viene descritta come un’attività superflua, costosa e incompatibile con le condizioni ambientali, soprattutto quando implica l’uccisione di grandi animali.
Anche l’idea della caccia come disciplina sportiva viene contestata. Inseguire un essere vivente che tenta di sottrarsi al pericolo, utilizzando armi sofisticate e talvolta richiami ottenuti da animali della stessa specie, non viene considerato una prova di abilità, bensì un esercizio di forza contro chi sta cercando di salvarsi.
Dominio e aggressività al centro
Dietro il passatempo venatorio, secondo il ragionamento sviluppato nel testo, potrebbe esserci il desiderio di sperimentare potere, controllo e superiorità. L’abbattimento diventerebbe così una conferma momentanea della propria capacità di dominare, mentre la caccia trasformerebbe l’uccisione in una presunta forma di rapporto con l’ambiente.
Il contatto con la natura, però, può avvenire senza provocare dolore o morte. Le ricerche citate sulle differenze psicologiche tra chi caccia e chi non lo fa indicano, tra i cacciatori, livelli di aggressività auto-percepita più elevati, una maggiore propensione a usare strategie dominanti nei conflitti e una minore empatia verso gli animali.
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L’effetto della pratica sugli animali
La distanza empatica, sempre secondo gli studi richiamati, crescerebbe con la frequenza dell’attività: all’aumentare delle uscite di caccia corrisponderebbe una progressiva desensibilizzazione. La disponibilità a uccidere volontariamente e senza una necessità concreta viene inoltre collegata a tratti di personalità che, in altri contesti, sarebbero valutati come elementi di rischio.
Nella stessa chiave viene interpretato il ricorso alla tutela delle greggi e alla gestione della fauna per giustificare l’eliminazione di lupi, orsi o linci. Il problema, sostiene il testo, non sarebbe soltanto il timore per il bestiame: queste specie svolgono una funzione regolatrice e possono essere percepite come concorrenti da rimuovere, mettendo in discussione uno dei principali argomenti usati per legittimare la caccia.
Un ambiente già sotto pressione
Animali e habitat devono già affrontare gli effetti del riscaldamento climatico, degli incendi, del consumo di suolo e dell’inquinamento. Da questa prospettiva, il benessere della fauna e la difesa degli ambienti naturali non riguardano soltanto una parte dell’opinione pubblica, ma diventano una responsabilità condivisa.
Il consenso ridotto agli incentivi venatori, rilevato dal sondaggio, rafforza quindi la domanda di fondo: perché un Paese civile dovrebbe continuare a organizzare e autorizzare una forma di violenza presentata come sport? La questione, più che sul numero degli animali abbattibili o sulla durata delle stagioni, riguarda il modello di rapporto con la natura che le istituzioni intendono sostenere.
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