Busetto, il dubbio che resta: due sentenze sullo stesso omicidio
La revisione della condanna di Monica Busetto riapre il contrasto tra due decisioni giudiziarie e mette al centro una prova basata sul DNA.
Quando una persona è in carcere, ogni incertezza giudiziaria assume un peso concreto e non può essere trattata come una questione soltanto tecnica. Nessuno chiede al ministro della Giustizia di sostituirsi ai magistrati, né a un programma televisivo di stabilire la verità: il punto è verificare con la massima urgenza se due decisioni sul medesimo omicidio possano davvero convivere.
La Costituzione tutela la presunzione di non colpevolezza e il codice di procedura penale impone che una condanna superi ogni ragionevole dubbio. Per Monica Busetto, detenuta da dodici anni, il tempo necessario a chiarire la vicenda coincide con una parte irripetibile della sua vita.
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La nuova udienza può cambiare il quadro
Il 2 ottobre la Corte ha ammesso ulteriori testimonianze e ha fissato il prossimo passaggio processuale al 13 novembre. Busetto, intanto, resta in carcere mentre la richiesta di revisione prosegue il suo percorso.
A promuovere l’istanza non è soltanto la difesa. Anche la Procura Generale di Venezia ha chiesto di riaprire il caso, un elemento che rende ancora più rilevante l’esame delle contestazioni già sollevate. Gli approfondimenti realizzati da Le Iene hanno contribuito a riportare l’attenzione sulla vicenda, senza però pretendere di prendere il posto dei giudici.
Due ricostruzioni incompatibili
Busetto, operatrice sociosanitaria di Mestre, è stata condannata a venticinque anni per la morte della vicina Lida Taffi Pamio, ottantasettenne uccisa nel dicembre 2012. La donna ha sempre respinto l’accusa di avere assassinato l’anziana.
Dopo quella condanna, Susanna «Milly» Lazzarini, già chiamata in causa per la morte di un’altra anziana, ha ammesso di avere avuto un ruolo anche in questo delitto. In un primo momento ha sostenuto di aver agito senza complici; successivamente ha indicato Busetto. Nei due procedimenti, però, la ricostruzione della partecipazione di quest’ultima non è risultata coincidente.
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La frase che alimenta il dubbio
Nel processo a carico di Busetto, l’imputata è stata ritenuta responsabile dell’azione materiale. Nel procedimento separato riguardante Lazzarini, invece, il giudice ha scritto che «il ruolo di materiale compartecipe nel delitto di Busetto non ha trovato adeguato riscontro».
Quella formulazione non equivale a un’assoluzione, ma apre una frattura difficile da ignorare: una sentenza considera provata la partecipazione materiale di Busetto, mentre l’altra afferma che tale elemento non ha ricevuto conferme sufficienti. Nel 2024 la Corte d’appello di Trento ha comunque respinto la precedente richiesta di revisione, ritenendo compatibili le due pronunce.
DNA e imparzialità sotto esame
La nuova iniziativa difensiva contesta la prova principale collegata alla condanna: una collana rinvenuta nell’abitazione di Busetto, sulla quale sarebbero state individuate tracce del DNA della vittima. La difesa mette in discussione sia il riconoscimento del gioiello sia la solidità dell’analisi biologica, prospettando l’ipotesi di una contaminazione.
Sul caso sono intervenuti anche Devis Dori e Luana Zanella, deputati di Avs, che hanno presentato interrogazioni in Parlamento. Carlo Nordio ha richiamato l’esistenza del procedimento e i confini stabiliti dalla legge per la revisione. È stata inoltre contestata la presenza, nel collegio chiamato a esaminare la nuova istanza, di due giudici che avevano già rigettato la domanda precedente: gli stessi magistrati avevano valutato l’eventualità di farsi sostituire, ma la richiesta non è stata accolta in nome del principio del giudice naturale.
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