Brasile al bivio: Lula o Flávio Bolsonaro, chi avrà davvero il potere
Il ballottaggio del 25 ottobre deciderà la presidenza, ma il prossimo capo dello Stato dovrà comunque trattare con Congresso, giudici, governi locali e alleati parlamentari.
La vera incognita del voto brasiliano non riguarda soltanto il nome del vincitore, ma la sua capacità di trasformare il consenso elettorale in azione di governo. In Brasile il Presidente dispone di competenze molto estese, tuttavia la frammentazione dei partiti e il ruolo degli altri livelli istituzionali rendono indispensabili accordi spesso complessi.
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Una presidenza forte ma condizionata
Il 25 ottobre Lula, esponente del Partito dei Lavoratori, e Flávio Bolsonaro, candidato del Partito Liberale e figlio di Jair Bolsonaro, si sfideranno al secondo turno. L’ex presidente è stato condannato nel 2025 a oltre 27 anni di carcere per il tentato colpo di Stato del 2023. La posta in gioco è quindi particolarmente alta in un sistema che concentra nella stessa carica la guida dell’esecutivo, la rappresentanza dello Stato, il vertice dell’amministrazione federale e il comando supremo delle Forze armate.
Il costituzionalista Rolando Tarchi, professore all’Università di Pisa, descrive questo assetto come una forma di “presidenzialismo imperiale”: «Il Presidente non è soltanto il capo del Governo, ma anche il capo dello Stato, il vertice dell’amministrazione federale e il comandante supremo delle Forze armate». Alla carica spettano inoltre un ruolo decisivo nell’indirizzo politico, la possibilità di promuovere iniziative legislative e strumenti di intervento nell’economia.
Questa ampiezza di attribuzioni non equivale però a un potere senza limiti. Il Congresso, la magistratura, gli organismi elettorali e le autorità territoriali possono frenare o modificare le scelte del capo dello Stato, mentre la struttura del sistema partitico obbliga il presidente a costruire maggioranze variabili.
Giudici e territori fanno da argine
Negli ultimi anni il Supremo Tribunale Federale ha assunto un peso crescente, andando oltre la semplice verifica della conformità delle leggi alla Costituzione e intervenendo più direttamente nell’equilibrio tra le istituzioni. Anche il Tribunale superiore elettorale svolge una funzione che supera l’organizzazione delle consultazioni, perché valuta gli abusi commessi durante le campagne.
La centralità della giustizia è emersa soprattutto dopo le elezioni del 2022, gli attacchi alle sedi istituzionali di Brasília dell’8 gennaio 2023 e la successiva condanna di Jair Bolsonaro. In una storia segnata da colpi di Stato e cambiamenti di regime, si tratta della prima condanna di un ex Presidente brasiliano per un attentato all’ordine democratico.
Un altro contrappeso è rappresentato dal federalismo. La Repubblica comprende 26 Stati, il Distretto federale e i Comuni, tutti riconosciuti dalla Costituzione come enti federativi. Per governare, dunque, il presidente deve mantenere rapporti con numerosi centri di potere distribuiti sul territorio.
La pandemia ha mostrato concretamente il peso di queste autorità. Durante la presidenza Bolsonaro, mentre il governo federale minimizzava la gravità del virus e contestava le restrizioni, governatori e sindaci adottarono misure autonome. Nell’aprile 2020 il Supremo Tribunale Federale riconobbe loro la possibilità di intervenire senza attendere l’autorizzazione centrale; nello Stato di San Paolo, l’Istituto Butantan avviò inoltre la produzione di vaccini, contribuendo a spingere il governo verso una campagna nazionale.
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Il Congresso decide la partita
Il principale vincolo politico, tuttavia, nasce dalla composizione del Parlamento. Il sistema brasiliano è caratterizzato da numerosi partiti e da schieramenti poco rigidi: per questo la legittimazione diretta ottenuta alle urne non garantisce automaticamente una maggioranza parlamentare stabile.
Tarchi definisce questo modello “presidenzialismo di coalizione”. Il presidente viene eletto per guidare il Paese, ma per approvare le proprie misure deve agire anche come capo di un’alleanza parlamentare, ricorrendo a intese programmatiche, assegnazione di incarichi e negoziati sulle risorse di bilancio.
L’esperienza dell’ultimo mandato di Jair Bolsonaro, tra il 2019 e il 2022, ha reso evidente il meccanismo. Pur essendosi presentato come estraneo ai tradizionali equilibri politici, il presidente dovette trattare con i partiti del blocco parlamentare centrale e nel 2021 affidò a uno dei loro esponenti la guida della Casa civile, il centro politico dell’esecutivo.
Le alleanze, inoltre, possono cambiare rapidamente. Unione Progressista, PSD, Republicanos e MDB hanno sostenuto in periodi diversi anche governi guidati da Lula. Come osserva Tarchi, «più che dal voto, le maggioranze sono determinate dalle trattative che seguono il voto».
Due esiti con effetti opposti
La vittoria di Lula potrebbe aprire una fase di governo diviso: il presidente si troverebbe senza una maggioranza parlamentare omogenea, mentre i partiti a lui contrari conserverebbero la prevalenza in entrambe le Camere. Ogni provvedimento richiederebbe quindi una negoziazione, con possibili scontri sul bilancio, sulle nomine e sull’indirizzo legislativo.
Un successo di Flávio Bolsonaro produrrebbe invece un quadro più favorevole alla Presidenza. Secondo l’analisi di Tarchi, il nuovo capo dello Stato potrebbe contare su una maggioranza ampia e politicamente più compatta, particolarmente vicina in Senato alla soglia necessaria per promuovere modifiche costituzionali.
Il ballottaggio non stabilirà quindi soltanto chi occuperà il Palácio do Planalto. Determinerà anche quale rapporto si instaurerà tra Presidenza, Congresso, magistratura e autorità locali: da questo equilibrio dipenderà la possibilità concreta di attuare il programma del vincitore.
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