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Attualità 5 min di lettura14 ott

Bot filorussi in silenzio? Cosa dicono davvero i dati su Yandex

Gli attacchi ucraini hanno fatto crollare il traffico automatico della rete russa, ma le prove di un arresto della propaganda online restano insufficienti.

La domanda più importante non riguarda soltanto il funzionamento dei centri dati russi, ma l’ambiente informativo costruito intorno a essi: se i contenuti capaci di catturare più attenzione sono spesso quelli che esasperano lo scontro, il problema resta anche quando una parte della macchina tecnologica si ferma.

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La propaganda non è scomparsa

Lukasz Olejnik, esperto di sicurezza informatica e ricercatore al King's College di Londra, ha messo in guardia dall’idea che i bot filorussi siano improvvisamente diventati inattivi. Le reti di influenza possono appoggiarsi a dispositivi compromessi, servizi di intermediari e infrastrutture nella nuvola collocate anche fuori dalla Russia.

Su X, Olejnik ha definito la teoria del collasso dei bot «una convinzione sbagliata e pericolosa». A suo giudizio, presentare la minaccia come neutralizzata rischia di alimentare un nuovo equivoco: quello secondo cui le operazioni di manipolazione sarebbero terminate proprio mentre continuano attraverso canali diversi.


Il crollo del traffico ha acceso l’allarme

Tra l’8 e l’11 ottobre, droni ucraini hanno colpito tre centri dati di Yandex nelle regioni di Ryazan, Kaluga e Vladimir. Nei giorni successivi, diversi utenti hanno raccontato di aver notato meno aggressività, minori provocazioni politiche e una presenza apparentemente più ridotta di interventi automatici sui social.

La stessa percezione è stata rilanciata da esponenti politici e commentatori occidentali. Il 12 ottobre, al Warsaw Security Forum, Volodymyr Zelensky ha sostenuto che sulle piattaforme digitali sembrava esserci più spazio per respirare, con una diminuzione dell’odio e delle divisioni attribuita alla minore attività dei bot.

Secondo Cloudflare, il traffico automatico associato alla rete di Yandex sarebbe diminuito del 94%. Il dato ha favorito l’ipotesi che gli attacchi avessero interrotto una componente della propaganda del Cremlino, ma il collegamento tra il calo tecnico e le campagne di influenza non è stato dimostrato.


Tre strutture colpite, servizi in difficoltà

Le conseguenze degli attacchi hanno coinvolto vari servizi digitali russi, dai sistemi di pagamento alle applicazioni per i taxi, passando per gli strumenti aziendali e le piattaforme di calcolo nella nuvola. Nel centro di Sasovo si trovano inoltre due dei tre supercomputer impiegati da Yandex per sviluppare modelli di intelligenza artificiale, anche se non è stato chiarito se abbiano riportato danni.

L’episodio ha messo in luce la fragilità di un sistema molto concentrato. Una singola azienda svolge infatti un ruolo essenziale per milioni di cittadini e per migliaia di imprese, rendendo l’intero ecosistema più esposto quando una parte della sua infrastruttura viene colpita.


La parola «bot» nasconde realtà diverse

Il principale rischio di interpretazione nasce dal significato ampio del termine bot. Nella stessa categoria rientrano profili programmati per lasciare commenti, strumenti usati per inviare messaggi indesiderati e programmi di scansione che visitano le pagine web per catalogarle nei motori di ricerca.

Le rilevazioni di Cloudflare riguardano soprattutto quest’ultima attività. Perciò la riduzione registrata non prova che gli account filorussi su X, Facebook o Telegram siano spariti, né che le operazioni di propaganda siano state bloccate. Può indicare un’interruzione infrastrutturale, ma non consente da sola di misurare l’effetto sulle reti di influenza.

Il fenomeno potrebbe comunque essere studiato come una sorta di esperimento naturale. Walter Quattrociocchi, docente di Informatica alla Sapienza di Roma e studioso di disinformazione e polarizzazione, ha suggerito di osservare come cambia l’ecosistema informativo quando una parte dei suoi strumenti viene improvvisamente meno.

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Le verifiche ridimensionano l’entusiasmo

Le prime analisi indipendenti non hanno confermato un collasso generalizzato. Valdemar Osted, analista di Common Consultancy, ha esaminato i commenti su Facebook pubblicati sotto i contenuti di 76 politici di AfD e di 136 profili collegati al movimento MAGA.

Dopo aver corretto i risultati tenendo conto dell’orario e dell’età dei post, il gruppo ha rilevato variazioni comprese tra il -8% e il +5% per AfD e tra il +4% e il +10% per MAGA. Si tratta di oscillazioni considerate normali, anche se l’analisi riguarda una sola piattaforma e un intervallo temporale molto breve.

Un’altra tesi diffusa online sosteneva che le visualizzazioni dei contenuti di Tucker Carlson fossero calate del 71% dopo gli attacchi. Il confronto, però, metteva insieme sette post pubblicati prima dell’operazione e quattro successivi, caricati in momenti differenti: i contenuti più recenti avevano avuto meno tempo per accumulare visualizzazioni.

Anche Amil Khan, amministratore delegato di Valent, società che segue numerose reti di disinformazione internazionali, ha riferito al Guardian di non aver individuato cambiamenti riconoscibili nei volumi dei messaggi pubblicati.


Un problema più grande di Yandex

Quattrociocchi figura tra gli autori di Fractured Reality: How democracy can win the global struggle over the information space, rapporto diffuso nell’aprile 2026 dal Joint Research Centre della Commissione europea. Lo studio sostiene che non basti smascherare singole notizie false o individuare chi le produce.

La questione coinvolge anche il modo in cui è progettato l’ambiente digitale. Gli algoritmi e i modelli economici delle piattaforme tendono a favorire ciò che trattiene più a lungo l’attenzione, spesso messaggi emotivi, conflittuali e divisivi.

Le potenze straniere possono sfruttare questa architettura senza averla necessariamente costruita. Centri dati, account automatizzati, sistemi di raccomandazione, servizi nella nuvola e intelligenza artificiale generativa compongono una filiera tecnologica ormai strategica.

In Italia, Carlo Calenda ha letto il caso come un segnale politico. Su X ha scritto: «Metà di quello che leggiamo online sono bot. Messi lì da chi vuole distruggere l'Europa. Il problema non è che non possiamo difenderci. Siamo la seconda o terza potenza al mondo. Il problema è che non ce ne accorgiamo».

Per stabilire se gli attacchi abbiano davvero interrotto specifiche campagne di propaganda servono tuttavia ulteriori elementi: occorre ricostruire le reti coinvolte e dimostrare il loro legame operativo con le infrastrutture danneggiate. Il calo del traffico automatico è un fatto misurabile; trasformarlo nella prova della scomparsa della propaganda, invece, resta una conclusione non ancora sostenuta dai dati.

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