Bosnia, il voto tra rabbia sociale e rischio di nuovi veti
Le elezioni arrivano mentre proteste, nazionalismi e crisi economica complicano il percorso di Sarajevo verso l’Unione europea.
Il malcontento per i prezzi, la corruzione e la stagnazione economica pesa sulla vigilia elettorale bosniaca. Domenica il Paese sceglierà i propri rappresentanti in un clima segnato anche dalla crescita delle forze nazionaliste, soprattutto serbe, con il rischio di rendere ancora più difficile il cammino verso l’Unione europea.
La rabbia sociale alimenta i nazionalisti
Da mesi la Bosnia-Erzegovina è attraversata da manifestazioni contro il costo della vita e il deterioramento delle condizioni economiche. A Sarajevo le mobilitazioni sono iniziate a febbraio, dopo il deragliamento di un tram nel centro cittadino, incidente costato la vita a una persona e il ferimento di diverse altre. Da allora la protesta non si è esaurita.
A scendere in strada sono lavoratori e giovani. I primi contestano l’assenza di adeguamenti salariali e il rincaro dell’energia, mentre le nuove generazioni denunciano soprattutto la corruzione. Secondo la Banca mondiale, la popolazione bosniaca diminuisce da 25 anni; gli investimenti esteri restano deboli e molti giovani cercano all’estero opportunità che non trovano nel Paese. I costi energetici sono inoltre raddoppiati a causa della guerra tra Stati Uniti e Iran.
Le rilevazioni disponibili premiano i partiti identitari rispetto alle alleanze multietniche dell’opposizione, guidate dal Partito socialdemocratico. In area bosgnacca l’Sda, favorevole all’Europa, sarebbe al 21,4%, mentre nella Repubblica Srpska l’Snsd di Milorad Dodik raggiungerebbe il 34,2%. Il leader secessionista, condannato lo scorso anno a un anno di carcere e a sei anni di interdizione dalla politica, sostiene rapporti stretti con Serbia e Russia.
Un sistema istituzionale senza equilibrio
Gli elettori saranno chiamati a rinnovare la presidenza tripartita, composta dalle rappresentanze croata, serba e bosniaca, oltre alla guida della Repubblica Srpska. Nella stessa giornata verranno scelti anche i membri di tre assemblee: quella nazionale, quella serba e quella della federazione di Bosnia-Erzegovina.
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Il voto si svolge dentro l’assetto creato dagli accordi di Dayton del 1995, che posero fine alla guerra nell’ex Jugoslavia. La struttura istituzionale distribuisce il potere tra le zone a maggioranza serba della Repubblica Srpska, le comunità musulmane bosniache e la minoranza croata, attraverso una fitta rete di contrappesi.
Sulle schede compariranno circa 33 liste. Per la prima volta, le autorità useranno l’identificazione biometrica e apparecchi per la scansione delle schede, con l’obiettivo di limitare brogli e interferenze durante le operazioni elettorali.
L’Europa resta bloccata dai veti
La Bosnia-Erzegovina possiede lo status di candidata all’adesione all’Unione europea dal 2022 e nel 2024 ha avviato i primi capitoli dei negoziati. Il processo, tuttavia, procede lentamente: da anni le riforme decisive vengono frenate dai veti incrociati dei partiti nazionalisti.
A complicare ulteriormente il quadro contribuisce il boicottaggio delle istituzioni statali da parte dei dirigenti della Repubblica Srpska. Una nuova affermazione delle forze nazionaliste potrebbe quindi rallentare ancora l’integrazione europea, in un Paese dove il confronto politico continua a prevalere sulla ricerca di compromessi.
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