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Bologna, il Dna dei resti torna al centro: la difesa insiste

Paolo Bolognesi e i legali dei familiari contestano la nuova richiesta di esami sui reperti trovati nella bara di Maria Fresu, mentre Cavallini punta a ulteriori verifiche scientifiche.

Paolo Bolognesi chiede innanzitutto di chiarire quale risultato concreto si voglia ottenere con le nuove analisi sui resti di Maria Fresu. L’ex presidente dell’Associazione 2 agosto segnala inoltre dubbi sulla conservazione dei reperti: durante il processo, spiega, erano state indicate procedure precise e il loro eventuale mancato rispetto potrebbe incidere sull’attendibilità degli esiti.

La stessa iniziativa viene contestata dai familiari delle vittime. I loro legali ritengono che gli accertamenti possano servire a riportare nel dibattito la cosiddetta pista palestinese, già esaminata e respinta nei precedenti gradi di giudizio.

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I dubbi dei familiari sulle nuove analisi

Andrea Speranzoni, uno degli avvocati delle parti civili, richiama il valore delle decisioni già definitive: «Si riparte da quattro sentenze di condanna passate in giudicato, tre all’ergastolo e una a 30 anni, oltre alle condanne per depistaggio». A suo giudizio, la richiesta della difesa riguarda una questione già affrontata attraverso una perizia genetica e ampiamente motivata nelle sentenze.

Il legale sostiene che l’istanza riproponga un tema già respinto in primo grado, in appello e poi dichiarato inammissibile dalla Cassazione. Le parti civili hanno depositato memorie articolate e valutano il nuovo passaggio giudiziario anche alla luce di una possibile futura richiesta di revisione del processo.

Secondo Speranzoni, l’ipotesi di ricavare dai reperti indicazioni sull’origine mediorientale del Dna non sarebbe esplicitata nella richiesta, ma potrebbe rappresentarne l’obiettivo implicito. Per questo, i legali intendono opporsi sia sul piano processuale sia su quello scientifico.


Cosa cerca la difesa di Cavallini

L’istanza è stata depositata dall’avvocato Gabriele Bordoni per conto di Gilberto Cavallini, ex terrorista dei Nar condannato in via definitiva all’ergastolo per l’attentato del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna. La difesa chiede di affidare al genetista Emiliano Giardina l’esame dei reperti indicati come «scalpo 1» e «scalpo 2».

I materiali furono riesumati nel 2019 dal cimitero di Montespertoli, in Toscana, dove era stata sepolta Maria Fresu, morta nell’esplosione insieme alla figlia Angela. Gli accertamenti già svolti avevano indicato che la mano e il frammento di volto con scalpo appartenevano a due donne differenti.

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L’ipotesi della vittima non identificata

Nel corso dei processi, i periti Danilo Coppe e Adolfo Gregori avevano collegato il frammento facciale a sette vittime con lesioni al cranio e la mano a due possibili vittime. La confusione tra resti diversi, secondo gli esperti, poteva essere stata favorita dalle operazioni condotte tra macerie e polvere, svolte nel tentativo di trovare eventuali sopravvissuti.

Da qui nasce la possibilità che i reperti appartengano a una delle 85 persone riconosciute ufficialmente come vittime. Non è mai stata invece provata l’esistenza di un’86esima vittima, né l’ipotesi che si trattasse di qualcuno incaricato di trasportare l’ordigno.

La difesa considera comunque possibile che il frammento del volto appartenga a una donna rimasta sconosciuta, che si sarebbe trovata vicino alla bomba al momento dell’esplosione. L’ipotesi dovrà essere verificata, se la Corte autorizzerà gli esami richiesti.


Il passaggio davanti alla Corte

Le tecniche proposte rientrano nella cosiddetta intelligence forense del Dna e mirano a ricostruire l’ascendenza genetica del soggetto e alcune caratteristiche fisiche desumibili dal materiale biologico. In subordine, Bordoni chiede di confrontare i profili genetici con quelli delle sette vittime femminili ritenute compatibili per i traumi alla testa.

L’udienza è fissata per il 15 ottobre 2026 davanti alla Corte d’assise d’appello di Bologna, chiamata a decidere in funzione di giudice dell’esecuzione. Il procedimento dovrà stabilire soltanto se autorizzare gli accertamenti: non determina automaticamente né la riapertura del processo né la modifica della condanna definitiva.

La strage provocò 85 morti e oltre 200 feriti. Le sentenze hanno attribuito responsabilità per l’attentato ai terroristi dei Nar e hanno ricostruito anche il sistema dei depistaggi, inserito dalle parti civili in una sequenza di vicende che va da piazza Fontana fino a Ustica.

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