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Attualità 2 min di lettura26 set

Ashley Park e la leucemia a 15 anni: la salvezza arrivata da sconosciuti

L’attrice di Emily in Paris ha raccontato il lungo ricovero, la terapia devastante e il ruolo decisivo delle donazioni ricevute durante la malattia.

Per Ashley Park, oggi 35enne, la lotta contro la leucemia mieloide acuta è iniziata quando aveva appena 15 anni. A distanza di due decenni, l’attrice di Emily in Paris ha scelto di raccontare quei mesi difficili, ricordando soprattutto le persone che non ha mai incontrato ma il cui sangue le ha permesso di sopravvivere.


Una terapia che azzerava il corpo

La leucemia mieloide acuta è una forma aggressiva di tumore che colpisce il sangue e il midollo osseo. Nel caso di Park, le cure hanno richiesto quasi dodici mesi di ricovero ad Ann Arbor, in Michigan, dove l’attrice ha affrontato sei cicli di chemioterapia ad alta intensità.

Il trattamento ha compromesso profondamente le difese dell’organismo, rendendo necessarie trasfusioni di sangue e piastrine con frequenza quasi quotidiana. «Il mio trattamento prevedeva l’eliminazione praticamente di tutte le cellule del mio corpo, comprese quelle tumorali», ha spiegato Park raccontando a People la natura della terapia.


Gli sconosciuti diventati parte della cura

Per circa otto mesi l’attrice è rimasta isolata, con pochissimi contatti diretti con l’esterno. In quel periodo, però, le trasfusioni rappresentavano un legame concreto con la comunità locale: ogni donazione contribuiva a sostenere il suo corpo mentre cercava di ricostruirsi dopo le cure.

Park ha ricordato che i donatori potevano essere centinaia, forse migliaia, provenienti dalla zona di Ann Arbor. Non conosceva i loro nomi, ma attribuisce a quelle persone un ruolo fondamentale nella sua guarigione: «Posso dire con certezza che oggi non sarei qui se non fosse stato per loro».

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Otto mesi di isolamento

La lunga permanenza in ospedale non fu soltanto una prova fisica. La separazione dagli altri rese ancora più evidente quanto le donazioni fossero importanti: il sangue ricevuto era, per Park, l’unica forma di contatto indiretto con persone esterne alla sua stanza e al percorso ospedaliero.

L’attrice ha descritto così un’esperienza in cui la terapia distruggeva anche cellule sane e lasciava l’organismo bisognoso di un sostegno continuo. Le trasfusioni di sangue e piastrine, ripetute durante il ricovero, le consentirono di affrontare una fase nella quale le difese naturali erano state fortemente ridotte.

Oggi Park considera quella rete anonima di donatori parte integrante della propria storia. Il loro gesto, compiuto senza conoscere la destinataria, è rimasto per lei la testimonianza più concreta del legame creato dalla malattia tra una ragazza ricoverata e un’intera comunità.

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