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Attualità 4 min di lettura1 ora fa

Almese, l’arresto riapre il caso: otto anni di accuse contro il “maestro

L’inchiesta Asmodeo porta al centro della scena la comunità guidata da Bruno Antonio Malatesta e riaccende il dibattito sulla manipolazione psicologica in Italia.

Per anni ad Almese, piccolo centro della Bassa Val di Susa, la comunità dei Monaci Durjaya è stata considerata da molti soltanto un gruppo eccentrico. L’operazione Asmodeo dei carabinieri ha però cambiato il quadro: il fondatore Bruno Antonio Malatesta è stato arrestato e la Procura di Torino gli contesta accuse pesantissime, tra cui riduzione in schiavitù, violenza sessuale aggravata e truffa aggravata ai danni dello Stato.

Le contestazioni odierne riportano alla luce testimonianze già raccolte nel 2018, quando alcune ex adepte descrivevano un sistema fondato su obbedienza, sfruttamento economico e presunti abusi. Il caso solleva anche una domanda più ampia: come intervenire davanti a gruppi capaci di creare una dipendenza profonda, quando nell’ordinamento italiano manca ancora un reato specifico di manipolazione mentale.


L’accusa ricostruisce un sistema di controllo

Secondo gli investigatori, Malatesta avrebbe attirato persone segnate da lutti, malattie o altre situazioni di fragilità. Meditazione, arti marziali, difesa personale e pratiche esoteriche sarebbero state il primo contatto con un’organizzazione che, nell’ipotesi accusatoria, trasformava gradualmente l’interesse iniziale in totale soggezione.

Agli adepti sarebbero state proposte terapie sciamaniche, rituali di purificazione e promesse di guarigione anche da patologie oncologiche. Le donne, sempre secondo la Procura, avrebbero ceduto i propri beni dopo il voto di povertà, lavorato senza compenso, subito punizioni fisiche e dormito sul pavimento. Gli abusi sessuali sarebbero stati presentati come pratiche terapeutiche o purificatrici.

Tra le presunte vittime figurano anche due ragazze che all’epoca dei fatti avevano 16 e 17 anni. Sono inoltre indagati a piede libero tre collaboratori: due donne, una delle quali psicologa, avrebbero seguito gli aspetti organizzativi, mentre un uomo indicato come monaco e massoterapista avrebbe eseguito a pagamento le cosiddette terapie sessuali.


Le testimonianze raccolte nel 2018

Nel libro “Nella Setta”, pubblicato da Fandango nel 2018, venivano riportati i racconti di persone che avevano lasciato la comunità dopo aver perso denaro, lavoro e anni della propria vita. Una donna aveva riferito: “Ha abusato di me in tutti i modi possibili”. Un altro ex appartenente al gruppo aveva raccontato di aver consegnato tutti i propri soldi e di essere stato spinto a divorziare.

Altre testimonianze parlavano di rapporti sessuali imposti con la promessa di guarire da una malattia, di anni di lavoro gratuito e di percosse. Una ex adepta sosteneva inoltre di essere stata convinta a comprare per quasi 10mila euro cristalli da portare sotto gli abiti come protezione, oltre ad aver contratto un mutuo per acquistare un quadro realizzato dal leader.

Nel materiale raccolto allora compariva anche il racconto di donne costrette a indossare tuniche arancioni, rasarsi i capelli e sottostare a voti di povertà, obbedienza e castità nei confronti dei propri compagni o mariti. I rapporti sessuali, secondo quella ricostruzione, sarebbero stati ammessi soltanto con il capo della comunità.

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Chi è il fondatore della comunità

Malatesta ha 59 anni e si presentava come insegnante e formatore di yoga, arti marziali e discipline olistiche. Nella sua biografia figuravano anche i ruoli di giudice nazionale CSEN, maestro esperto formatore di yoga, docente di discipline olistiche e bionaturali e operatore di riequilibrio bioenergetico con i cristalli.

In rete utilizzava il nome di maestro Śivakṣatriya Śivānanda. La sua organizzazione sarebbe nata dopo l’allontanamento da un’altra comunità esoterica, dal quale alcuni ex appartenenti sostengono fosse stato espulso. Il gruppo si proponeva come una realtà monastica e spirituale, ma gli investigatori descrivono un contesto nel quale le esigenze e le ambizioni del fondatore avrebbero prevalso su quelle dei seguaci.

La Procura contesta anche una frode ai danni dello Stato. Malatesta avrebbe simulato problemi di deambulazione per ottenere una pensione di invalidità, arrivando a incassare più di 80mila euro. Le accuse dovranno ora essere verificate nel corso del procedimento giudiziario.


Il vuoto normativo sulla manipolazione

Il caso di Almese riporta al centro un problema che riguarda tutte le indagini su gruppi accusati di esercitare un controllo estremo sui propri membri. Nel 1981 la Corte costituzionale cancellò dal codice penale l’articolo 603, che puniva il plagio e la riduzione di una persona in uno stato di completa soggezione.

La norma fu giudicata troppo incerta, perché non distingueva con sufficiente precisione il condizionamento criminale dalla persuasione, dal proselitismo religioso o dall’influenza presente in molte relazioni. Da allora non è stata introdotta una disciplina alternativa capace di colpire direttamente la manipolazione psicologica.

Le forze dell’ordine devono quindi procedere, quando gli elementi lo consentono, contestando reati distinti: riduzione in schiavitù, violenza sessuale, maltrattamenti, truffa, circonvenzione di incapace, lesioni o minacce. In Senato sono però all’esame due disegni di legge, il 1496 e il 1515, che propongono l’inserimento dell’articolo 613-quater, dedicato alla manipolazione mentale o emotivo-psicologica.

L’obiettivo dei provvedimenti è punire chi, all’interno di un gruppo organizzato, crea o sfrutta una dipendenza capace di limitare in modo significativo l’autodeterminazione e la capacità di giudizio. È il tema che il procedimento di Almese consegna nuovamente alla politica e alla magistratura, insieme alle accuse mosse contro il fondatore della comunità.

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