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Attualità 5 min di lettura1 ora fa

Albania, la piazza non arretra: feriti, arresti e una crisi senza sbocco

A Tirana la protesta studentesca si intreccia con scandali, accuse di repressione e una mobilitazione nata mesi fa contro i grandi progetti immobiliari

Il bilancio degli scontri di Tirana racconta una crisi ormai difficile da contenere: in una sola settimana sono stati registrati 310 feriti tra manifestanti e agenti e 271 arresti. La mobilitazione, iniziata con le richieste degli studenti, si è trasformata in una contestazione più ampia contro il governo di Edi Rama e contro il deterioramento delle istituzioni albanesi.

A rendere ancora più teso il quadro è il caso di Erjon Vishkulli, 28 anni, colpito durante le proteste e trasferito all’ospedale San Carlo di Roma con il rischio di perdere la vista dall’occhio sinistro. Intanto, l’organizzazione Res Publica ha consegnato alla Procura speciale anticorruzione e criminalità organizzata un esposto di 29 pagine che raccoglie oltre 180 presunti abusi.

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Feriti e accuse contro la polizia

Le manifestazioni dello scorso fine settimana hanno assunto rapidamente i contorni di una battaglia urbana. Dopo i mortai lanciati dai dimostranti contro i reparti antisommossa, migliaia di persone si sono riversate nelle strade principali della capitale, arrivando fino a piazza Skanderbeg. Un incendio ha interessato l’ingresso del ministero del Turismo, mentre circa 6.000 agenti erano schierati per contenere la folla.

Filmati diffusi sui social mostrano il pestaggio di Lulzim, rimasto a terra privo di sensi, e l’aggressione al giornalista di News24 Klevin Muka, colpito con spray al peperoncino. La documentazione raccolta da Res Publica riguarda anche l’uso sproporzionato della forza, fermi ritenuti arbitrari, trattamenti degradanti, possibili violazioni dei diritti dei minori e ostacoli posti all’attività dei giornalisti.

La vicenda di Vishkulli ha aggiunto un nuovo elemento di scontro. Rama ha sostenuto di avere disposto personalmente il trasferimento del giovane in Italia, ma la sorella ha attribuito alla famiglia e agli amici il sostegno economico iniziale. Il primo ministro ha poi reagito su X con parole durissime: «Voi siete l’oscurità che ha chiuso a quel ragazzo la luce dell’occhio! Voi siete le dita e le unghie della mano maledetta che perseguita l’Albania fin dal 1912, chiudendole gli occhi ogni volta che questo paese vede la luce! Ma stavolta siete perduti…».


La piazza nata senza partiti

La protesta studentesca ha preso forza il 13 ottobre, ma affonda le proprie radici in una mobilitazione precedente. Alla fine di maggio, per 136 sere consecutive, decine e poi centinaia di migliaia di persone avevano manifestato nel centro di Tirana contro quella che definivano la svendita del Paese agli investitori stranieri.

Quella stagione di piazza, ribattezzata “Rivoluzione dei fenicotteri”, era cominciata con l’opposizione a un progetto turistico da 4 miliardi di euro: un complesso con un resort e centinaia di ville tra l’isola di Sazan e la costa di Zvernec, nei pressi della zona umida di Narta. Il progetto fa capo ad Atlantic Incubation Partners, società collegata a Jared Kushner e Ivanka Trump.

La contestazione chiedeva di cancellare due norme che consentono di realizzare alberghi e strutture turistiche anche all’interno delle aree protette. Secondo Arbër Agalliu, giornalista albanese naturalizzato italiano, quella prima mobilitazione aveva una caratteristica inedita: «La protesta era pacifica, a tratti giocosa – spiega Arbër Agalliu, giornalista albanese naturalizzato italiano -, e per la prima volta vedeva gli albanesi scendere in piazza senza una regia politica, senza dei leader riconoscibili. Una mobilitazione nato dal basso».

Con la protesta universitaria sono aumentate la rabbia e la disponibilità allo scontro. Le iniziative continuano a essere organizzate attraverso le chat e non hanno figure di riferimento riconosciute, ma la richiesta si è fatta netta: le dimissioni di Edi Rama.

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Un governo sotto pressione

Rama, al potere dal 15 settembre 2013 e rieletto l’anno scorso con un’ampia maggioranza, ha cercato di distinguere tra dimostranti pacifici e gruppi violenti. Ha però anche accusato, senza presentare prove concrete, alcuni studenti di essere radicalizzati e guidati da Russia e Iran per ostacolare l’adesione dell’Albania all’Unione europea.

Tra le misure annunciate o adottate dal governo figurano l’ipotesi di ridurre ulteriormente l’età della responsabilità penale, già fissata a 16 anni e a 14 per i reati più gravi, e un bonus di 2.500 euro destinato agli agenti impiegati nelle manifestazioni. A molti osservatori quest’ultimo provvedimento è apparso come un segnale della linea repressiva scelta dall’esecutivo.

Le ragioni del malcontento non riguardano soltanto università, rette, alloggi per studenti e condizioni degli edifici. Agalliu le collega anche ai bassi salari, alla distanza crescente tra chi ha raggiunto livelli di benessere comparabili a quelli europei e chi invece riesce a malapena a sopravvivere. Tra il 2011 e il 2023 oltre 600.000 albanesi hanno lasciato il Paese, la cui popolazione è scesa a poco più di 2,3 milioni di abitanti.

Nello stesso periodo l’Albania ha continuato a esportare giovani e ad attirare lavoratori da India, Filippine ed Egitto per impieghi pagati molto poco. Sullo sfondo restano inoltre le vicende giudiziarie che coinvolgono esponenti di primo piano: il sindaco di Tirana Erion Veliaj è detenuto dal febbraio 2025 con accuse di corruzione e riciclaggio, mentre la vicepremier Belinda Balluku si è dimessa ed è stata formalmente accusata il 20 ottobre di avere interferito nell’assegnazione di appalti per 200 milioni di euro e di riciclaggio di denaro proveniente da attività criminali.


Una crisi difficile da ricomporre

Fatos Lubonja, intellettuale che ha trascorso 17 anni nelle carceri di Enver Hoxha, considera compromessa la tenuta dello Stato: «La criminalità ha preso il controllo dello Stato. C’è una crisi delle istituzioni e della democrazia». Lubonja critica tanto Rama quanto l’opposizione guidata da Sali Berisha, già accusato di corruzione e sanzionato da Gran Bretagna e Stati Uniti per «atti di corruzione che hanno minato la democrazia».

Il primo ministro ha anche provato a offrire un’immagine di apertura. Il 20 ottobre ha fatto sistemare davanti alla sede del governo alcune sedie rosse in damasco con la scritta “dialog”. Il giorno seguente sono comparse sedute nere e più essenziali; poi l’allestimento è stato sostituito da semplici cilindri in cemento. La domenica pomeriggio, al culmine di un nuovo fine settimana di scontri, le sedie sono state date alle fiamme.

La contestazione albanese ha ricevuto meno attenzione rispetto alle proteste sulla crisi abitativa in Spagna, alle manifestazioni francesi e ai disordini avvenuti a Milano. Tuttavia, i suoi sostenitori ritengono che il movimento abbia radici profonde e che la mancanza di una leadership riconoscibile non ne cancelli la forza.

Agalliu osserva che, in Occidente, nessun governo è finora caduto soltanto per effetto delle manifestazioni di piazza. Rama può contare sui circa 800.000 voti ottenuti e su una maggioranza assoluta in Parlamento; la piazza, invece, dovrebbe ancora trasformarsi in un soggetto politico organizzato. Nel frattempo il bilancio degli scontri continua a crescere e il governo ha preannunciato nuove restrizioni alle proteste.

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